Arnold: Schwarzenegger secondo Schwarzenegger

 
 

Con Arnold Netflix presenta una docuserie che si propone di raccontare la vita di Schwarzenegger attraverso di lui. Come nelle migliori delle tradizioni letterarie, come Ennio e i suoi tre cuori, anche lui viene raccontato attraverso le sue tre vite: quella da bodybuilder, quella da attore e quella politica. La costruzione del personaggio Arnold Schwarzenegger all’interno della serie è molto interessante anche se non sempre coerente. L’attore tedesco è un uomo che non è mai soddisfatto di sé stesso, che cerca sempre un nuovo traguardo da raggiungere avendo sempre in mente una nuova vetta da scalare.

Per questo partendo dalla piccola città austriaca di Thal decide di diventare un bodybuilder, contro il parere del padre autoritario e violento, seguendo le orme di Reg Park che era poi diventato anche attore, interpretando grandi eroi muscolosi del cinema da Ercole a Ursus e Maciste. Dopo aver vinto tutto ed essere diventato milionario grazie al mondo immobiliare, Schwarzenegger decide dunque di puntare al cinema, con ansia di sfondare ma senza la necessità di dover accettare ruoli da caratterista. Se gli anni ’70 non sembravano poter accogliere uomini della sua stazza sarà grazie alla coppia Il gigante della strada (1976) e Uomo d'acciaio (1977) che riuscirà a mettere le basi per il successo travolgente degli anni ’80. L’ultima parte del documentario è la più interessante perché da una parte racconta del successo politico come governatore della California, ma dall’altra Schwarzenegger alle prese con lo scandalo delle molestie e infine con la fine del matrimonio con Maria Shriver a causa del tradimento con la domestica e la nascita di Joseph Baena ammessa con 10 anni di ritardo.

Se da una parte abbiamo un’esplosione di successo, la presentazione di un uomo come infallibile e perfetto, nell’ultima abbiamo un uomo stanco, incapace di accettarsi nella sua vecchiaia, che ammette i propri errori e prova a fare ammenda, almeno davanti alle telecamere, al fine di provare ad apparire più umano e salvaguardare la sua immagine per il futuro. Resta difficile capire quanto sia una costruzione e quanto sia reale perché è Schwarzenegger stesso a mettere in discussione la realtà più volte all’interno della serie. Una delle parole più usate è Schmäh, che significa “raggiro” e lui traduce come “stronzate”. Quello che si dice per vendere qualcosa? È Schmäh! La sicurezza che si ostenta davanti agli altri? È Schmäh! Uno scontro politico dopo aver fatto un accordo politico dietro alle quinte? È sempre Schmäh!

Schwarzenegger è un grande comunicatore e con Arnold ha cercato di costruire un quadro di sé estremamente variegato e complesso cercando di mettere anche gli elementi controversi che avrebbero potuto essere usati contro di lui ma usandoli a proprio vantaggio. Schwarzenegger appare allo stesso tempo come uno smargiasso narcisista ma anche come un uomo incapace di raggiungere i propri obiettivi senza amici o persone specifiche; forte e determinato ma in fondo debole e pieno di insicurezze. Molto interessante anche il rapporto che cerca di costruire con il suo paese di origine, da cui si è distaccato ma al contempo a cui è strettamente legato, e con gli Stati Uniti. Schwarzenegger vuole mostrarsi come colui che ha saputo realizzare il sogno americano, arrivando con la sola determinazione a raggiungere le vette dello star system, ma anche dando il proprio contributo politico da cittadino statunitense.

La storia di Schwarzenegger viene raccontata per lo più proprio attraverso la sua voce, mostrando immagini e filmati di repertorio uniti ad altri materiali girati per l’occasione. La scrittura di Arnold è ben fatta, il ritmo è serrato, privo di ripetizioni e accompagnato dal classico humour che contraddistingue tutta la carriera dell’attore. Da un punto di vista di costruzione del prodotto, questa docu-serie è solida pur se limitata dall’essere sostanzialmente un elogio alla figura di Schwarzenegger. Questa caratteristica si ritrova anche nei già citati momenti critici della sua carriera, dove è sempre la star a raccontare la sua versione dei fatti e decidere come affrontare le questioni. Manca insomma un contraddittorio o una voce fuori campo che, bisogna dirlo, è una presenza piuttosto insolita all’interno di prodotti di questo tipo.

Per gli appassionati della storica faida Schwarzenegger-Stallone farà piacere vedere una sezione ad essa dedicata nel secondo episodio. Addirittura Stallone ammette la vittoria del suo antagonista nella sfida tra star pur puntualizzando quanto i loro personaggi fossero diversi: da una parte c’era infatti l’eroe invincibile interpretato dall’attore austriaco, dall’altra l’eroe che giungeva alla meta ma solo dopo aver superato mille insidie e aver preso una discreta dose di mazzate.

Se con Fubar, la serie uscita di recente su Netflix, Schwarzenegger ha fallito, con Arnold la sua figura ne esce rafforzata e rivalutata nella sua interezza. La sensazione è che questo documentario sia una sorta di testamento, un tentativo controllato da parte della star di lasciare ai posteri il suo punto di vista sulla propria esistenza. Il tentativo, bisogna dirlo, è decisamente riuscito.

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