Le belle estati/Le feste senza fine – Doppio sguardo sul cinema libero ed eternamente giovane di Mauro Santini

Quello di Mauro Santini è un progetto di intima registrazione diaristica del vissuto quotidiano, lungo ben 17 anni di carriera cinematografica (dopo aver lavorato come grafico e fotografo), in cui ha saputo lavorare ai bordi delle immagini documentarie, facendo emergere l’inaspettato grumo artistico che ribolle sotto la pelle dell’ordinario.

I suoi Videodiari sono la dimostrazione di un cinema caméra-stylo, che si scrive da solo senza sceneggiature pregresse, l’immagine si fa storia automaticamente mentre viene catturata dall’obbiettivo. Quello di Santini è un linguaggio filmico discreto, in punta di macchina da presa, quasi sussurrato e per questo giustamente Enrico Ghezzi lo ha definito un cinema che sembra timido, che sembra facile, che sembra ripetuto in un gesto minimale, è vicino al punto in cui la colossalità del cinema coincide con la sua minimalità, la vitalità del cinema coincide con la sua mortalità costante”.

Due tra le sue opere più recenti (disponibili su RaiPlay) testimoniano la volontà di lavorare sul congelamento estetico ed estatico della giovinezza, attraverso la scrupolosa documentazione emotiva e fisiologica (oltre che fisiognomica) di studenti colti nella loro spontaneità dialogica, anche quando si fanno mediatori di testi letterari.

Nel 2023 esce Le belle estati, un lavoro sperimentale svolto quasi interamente all’interno del liceo artistico Marangoni di Pesaro e interpretato dagli studenti che incarnano con naturalezza loro stessi, ma dando voce ed emozioni ai personaggi delle opere letterarie di Cesare Pavese, La bella estate e Il diavolo sulle colline. Attraverso un montaggio alternato, Santini fa interloquire i personaggi dei due romanzi, senza mai dimenticare di catturare in fieri la spontaneità fotogenica dei ragazzi e delle ragazze.

Lo scorso anno esce Le feste senza fine, una sorta di opera gemella del film precedente, in cui epurata la scrittura da riferimenti romanzeschi ma ispirandosi a un racconto a fumetti di Alessandro Baronciani, Santini realizza un coming-of-age autoriale e semi-documentario, interpretato sempre dai liceali del Marangoni.

Il risultato è forse meno intenso e affascinante del precedente (tolto l’approccio metalinguistico), non possiede la flagranza del rapporto testo/realtà ma si costituisce come un bildungsroman stilizzato, composto da pose plastiche riprese da diverse angolazioni, nel tentativo di eternare il delicato e difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

L’occhio registico di Santini rivolto al dispiegarsi delle relazioni affettivo-sentimentali dei giovani, potrebbe essere avvicinato a quello di Carlo Sironi (specialmente per quanto riguarda il suo Quell’estate con Irène), ma se il secondo rielabora in chiave personale una certa disamina psicologica di stampo rohmeriano, il primo resta legato alla dimensione del gesto, del suo darsi e dis-farsi nel qui e ora.

Un flusso di coscienza generazionale che lega diversi individui alle medesime aspettative.

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