The Night Manager - dopo 10 anni il grande ritorno con la stagione 2
Quando non si hanno notizie sul futuro di una serie per qualche mese, ci sono due possibilità: o è una serie limitata e forse è destinata a rimanere tale o è stata vittima di una cancellazione in punta di piedi. The Night Manager, lo spy thriller tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carré e adattata da David Farr, registrò nel 2016 un successo sorprendente sia in Inghilterra che oltreoceano, arrivando a ottenere premi importanti sia agli Emmy che ai Golden Globes, ma nemmeno questo bastò per farle ottenere un rinnovo (anche perché diventata sempre più facile tenersi stretti, da un punto di vista contrattuale, i suoi protagonisti Tom Hiddleston e Olivia Colman). Quando nel 2024, all’improvviso, uscì la notizia che sarebbero arrivate ben due nuove stagioni grazie a una partnership tra Prime Video e BBC, il pubblico fu più che stupefatto: era, più che un rinnovo, una vera e propria resurrezione, permessa solo dall’approvazione concessa da Le Carré prima della sua morte nel 2020.
Così a una decade di distanza da quella prima stagione (fondamentale un rewatch prima di premere play, mi raccomando), The Night Manager torna con sei nuovi episodi e il ritorno di Tom Hiddleston con il suo Jonathan Pine, incapace di tornare a una vita ordinaria dopo quanto successo con la sua ex nemesi Richard Roper (Hugh Laurie). Di facciata lavora ancora negli alberghi, ma è anche il direttore di una subunità dell’MI6 denominata The Night Owls. Un viso famigliare lo porta a intercettare una rete di traffico armi orchestrata dal carismatico Teddy Dos Santos (un grandioso Diego Calva, che si dimostra un attore da tenere d’occhio dopo la sua interpretazione da protagonista nel Babylon di Damien Chazelle). Così Jonathan, grazie all’aiuto di una talpa (Camilla Morrone), parte per la Colombia e prova a infiltrarsi nel mondo senza sapere che il passato ha strani modi per rifarsi vivo.
Se il budget, all’epoca storico per le casse della BBC, è ora ingigantito dall’apporto di Prime Video permettendo alla serie di essere più maestosa che mai, a mancare sono il mordente e l’energia che avevano permesso a The Night Manager di imporsi in un genere che sembrava già saturo nel 2016. Fino alla fine del terzo episodio che regala alla stagione un necessario (seppur abbastanza scontato) colpo di scena, la serie si limita a flirtare il pericolo, ma Pine appare sempre e comunque intoccabile. Può rischiare, inserendosi anche in un rischioso triangolo amoroso o avvicinandosi troppo alle persone sbagliate perché tanto è il protagonista e in quanto tale la storia gli concederà sempre un’irrealistica immunità. In questi dieci anni le storie di spionaggio sono cambiate, a James Bond è stata concessa una (momentanea, visto il tentativo di ridare vita al franchise) morte e i protagonisti di Slow Horses, il fenomeno di passaparola di Apple TV+, dimostra che il fallimento può essere all’ordine del giorno.
Per proteggere l’incolumità fisica di Pine, la serie si limita a torturarlo emotivamente, approfittando del background shakespeariano di Hiddleston, ma Teddy Dos Santos è un avversario più fragile di Roper e l’assenza della sua crudele imprevedibilità è palpabile. La formula narrativa e formale rimane intatta rispetto alla scorsa stagione, la nuova identità di Pine - la maschera che usa per cercare di sottrarsi ai suoi traumi - è un mero e abbastanza inutile diversivo, un nome diverso per presentarsi a volti nuovi che ci fanno rimpiangere il passato, quello che vediamo sullo schermo è sempre il solito uomo affascinante, un modello di menswear formale che usa il suo charme per arrivare dove deve essere ma quando arriva al suo obbiettivo, è facile rendersi conto quanto la missione di The Night Manager sia più che mai nebulosa. Come in una delle rotture cliché da film romantico, il problema non è tanto la serie di David Farr in sé, quanto noi, il nostro gusto e ciò che chiediamo alle storie che in questo decennio è cambiato e quel revival dello spy thriller, a cui la prima stagione di The Night Manager aveva fatto da capofila, ha finito per essere il suo stesso limite.