Carrie: quando il vero orrore è la crudeltà umana
«He is the King whisperer», così Stephen King in persona definisce in una recente e doppia intervista per il New York Times Mike Flanagan, il regista-showrunner di questa ultima rivisitazione di Carrie, è colui che sussurra al Re. Una definizione potente, andiamo con ordine.
Flanagan, a detta di King stesso, è l’attuale miglior adattatore delle sue opere (ricordiamo le altre “traduzioni” kinghiane realizzate da Flanagan: Il gioco di Gerald, Doctor Sleep, The Life of Chuck) con una spiccata attenzione per il gotico più classico (tra i suoi adattamenti: Hill House, Bly Manor e La caduta della casa degli Usher, rispettivamente da Shirley Jackson, Henry James e Edgar Allan Poe). Personalmente, lo ritengo un purissimo regista-creatore del terrore, capace di gestire i temi e le atmosfere in un crescendo di paura che non ricorre ai soliti trucchetti e jump scares, lui capisce perfettamente come articolare una storia che fa delle tenebre il suo carattere principale.
Questa volta la mano del riadattamento “flanaghiano” ha toccato Carrie, in assoluto il primo romanzo di successo di Stephen King che in passato ha già “subito” dei riadattamenti per il grande schermo, tra cui il bellissimo e ormai cult movie del 1976 — due anni dopo la pubblicazione del romanzo — diretto da Brian De Palma Carrie - Lo sguardo di satana (che trovate in streaming sempre su Amazon Prime), indimenticabile e imperscrutabile nei nostri incubi lo sguardo sanguinante della Carrie White interpretata da Sissy Spacek
Invece, nel nuovissimo riadattamento seriale in otto episodi per MGM Amazon, siamo da tutt’altra parte rispetto alla letterale trasposizione di De Palma; abbandoniamo completamente le ambientazioni 70s per far posto a smartphone, video virali, teorie del complotto e soprattutto cyberbullismo con le terribili conseguenze che comporta, poiché l’orrore in Carrie viene scaturito non tanto dai poteri telecinetici della protagonista interpretata dalla bravissima Summer H. Howell ma dalla crudeltà presente nel nostro terribile mondo a cui lei si affaccia per la prima volta solamente da adolescente. Carrie porta una benedetta innocenza così rara e speciale, piena di sole e gentilezza. Ma la società di oggi e questo mondo, soprattutto se inserito nel contesto delle high school e dei teenager del 2026, non la ripaga con la stessa moneta: subirà infatti atti di malvagità che anche solamente ad osservarli da spettatori, episodio dopo episodio ti spezzano continuamente le pieghe più profonde del cuore. Flanagan è bravo a costruire negli spettatori e nelle spettatrici una rabbia latente, presentissima anche se affrontiamo pagina dopo pagina il romanzo di King. Quella cattiveria, quel male da dove arriva? Carrie White è una vittima completa, è una donna destinata al martirio su più fronti: una ragazzina bullizzata e cyberbullizzata fino alla disperazione, torturata dal fanatismo materno con metodi di clausura, e una strega come tante altre donne prima di lei (Flanagan anche qui è bravo a giocare di montaggio con immagini di repertorio, esplorando anche temi più ampi), capace solo poi di affidarsi alla sua involontaria arma, il suo dono per procurarsi la terribile rivalsa.
Ma ripeto, è tutto ciò che la circonda, e quindi il mondo di oggi e che tutti noi abbiamo contribuito a creare, la vera ombra di questa serie TV bellissima e di sicuro molto più terrificante di tante altre perché si fonda non sul raccapriccio ma sulla violenza di routine che si consuma in maniera così scontata, direi quasi tristemente automatica e crudele nel profondo. E purtroppo non tutti hanno delle capacità paranormali e fuori dal comune come quelle di Carrie White.
Loredana Lipperini, una delle più importanti e appassionate studiose di Stephen King ha scritto riguardo Carrie che la serie TV di Flanagan è sì un tradimento ma «tradisce nel modo giusto provando a trarre lo spirito senza riprodurre alla lettera quello che i romanzi originali dicevano», e riprendendo anche la conversazione del New York Times a cui facevo riferimento anche io all’inizio di questa mia riflessione su Carrie: «Come possiamo prendere l’idea centrale di questo incredibile romanzo e trasportarla nel 2026? Il romanzo parla di bullismo, gentilezza, crudeltà e delle conseguenze che subiamo quando scegliamo la crudeltà. Abbiamo messo nelle mani dei nostri figli una tecnologia che incoraggia e celebra la crudeltà», questo è il punto, una mazzata con la quale noi tutti ci dobbiamo confrontare ogni volta che ci svegliamo e ogni volta che dormiamo. Sono d’accordo con la definizione di intenti e da accanito sostenitore della Teoria degli Adattamenti, intendendo con questa la pratica di rimettere in circolo e a riproporre per le nuove generazioni storie così importanti con nuovi linguaggi e forme, ritengo che Carrie nel suo nuovo format, anche nel suo sottotesto che flirta con il Teen Drama, sia una nuova visione perfetta per sentire sulla pelle, dietro la peluria che collega il collo alla colonna vertebrale il soffio di King sospirato dal suo attuale sussurratore preferito Mike Flanagan…e attenzione, perché pare non sia finita qui, stando a cosa ha fatto percepire il Re, dal suo profilo Instagram per ironia della sorte.