DTF St. Louis: tra tradimento e crisi di coppia

Nell’ottobre del 2025 la cantautrice inglese Lily Allen è tornata sulle scene a sorpresa dopo lunghi anni di silenzio con un album-exposé intitolato West End Girl, un racconto in musica del suo matrimonio con l’attore David Harbour (Hopper di Stranger Things). Quattro anni di unione minati dalla possibile dipendenza sessuale di lui, con tanto di apertura forzata del matrimonio per giustificare la compresenza di molteplici amanti in un appartamento acquistato apposta per l’occasione, come suggerito molto elegantemente da Allen nella canzone Pussy Palace (letteralmente Palazzo della Vagina). 

La fortuna potrà essere cieca, ma il destino ha un grande senso dell’umorismo, perché il primo ruolo per Harbour post-Stranger Things è proprio uno dove il suo personaggio sembra vivere lo stesso inferno di cui lui nella vita vera era stato artefice. Al centro di DTF St. Louis, la nuova dramedy (anche se trovarle una precisa categorizzazione di genere è praticamente impossibile a causa del suo tono alieno, ma su questo torneremo più tardi) firmata dal creatore di Patriot Steve Conrad e disponibile su HBO Max, vi è un apparente triangolo amoroso tra tre persone di mezz’età annoiate e fondamentalmente infelici della loro vita che, come in ogni figlia della prestige television che si rispetti, finisce con un omicidio, la cui vittima è in questo caso proprio il personaggio di Harbour.

Floyd Smernitch è l’anello debole e forse più passivo di quel mélange, un uomo gentile con una moglie abbastanza disinteressata (Carol, interpretata da Linda Cardellini), che ha scelto di diventare interprete nella lingua dei segni per la bontà del suo cuore e che ora lavora per un telegiornale locale mentre affonda lentamente nei debiti, fin quando non incontra Clark Forrest (Jason Bateman), un metereologo carismatico e una mini celebrità locale che sui billboard che affollano St. Louis invita a “lasciare entrare la luce del sole”. Nella loro ennui esistenziale, fatta di corse a bordo di biciclette reclinate e di tanti altri allenamenti volti ad aiutare Floyd a perdere qualche chilo, emerge l’idea di iscriversi a un’applicazione chiamata DTF St. Louis. L’acronimo è per indicare uno status, “down to fuck” ovvero disposto a scopare, aperto a divertimenti esterni alla coppia sposata, che non vogliono tuttavia disromperla quanto aggiungere solo un po’ di necessario pepe. 

Il tradimento in DTF St. Louis è disagio e liberazione, tra chi riceve le corna inconsapevole o forse no e chi sceglie di aprire la propria relazione senza un mutuo accordo e sceglie spesso un sesso sopra le righe per vedere finalmente soddisfatti i propri desideri. Quando Clark e Carol iniziano una frequentazione alle spalle di Floyd, non mostrano alcun rimorso mentre sono liberi di dedicarsi a roleplay sopra le righe (ad esempio fingersi sex robot). L’esplorazione della sfera sessuale dei tre protagonisti è incerta, spesso usata per generare cringe nello spettatore più che come tramite per conoscerli meglio. La serie, pur nella sua scelta di un linguaggio quasi alieno dove i personaggi raramente parlano in modo plausibile per un essere umano, riesce a essere umana solo quando si concentra su quei rapporti, specialmente nel conflitto tra l’uomo buono e eroico che è Floyd e quello che è celebrato come tale senza esserlo realmente che è Clark. 

Se sperate che DTF St. Louis possa riempire il vuoto di altre serie sulla paranoia suburbana e su gente ricca che si tradisce e uccide a vicenda come Big Little Lies, siete nel posto sbagliato. L’omicidio di Floyd è un pretesto più che un reale filone di trama: permette alla serie di portare in scena un telefono senza fili tra persone che già per natura non si parlano o se lo fanno evitano di dire la verità. Se cercate le indagini, i brividi del thriller, andate altrove, ma se vi interessa ridere o infastidirvi dei disastri altrui, forse potreste fermarvi a St. Louis.

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