Il Labirinto: perché ricordare anche i nemici?

I tedeschi della Seconda guerra mondiale sono i cattivi della nostra memoria collettiva. Quelli che stanno dalla parte sbagliata della storia. I soldati di Hitler. Le divise da combattere sui monti dell’Appennino e nelle campagne italiane. I responsabili, direttamente o indirettamente, di una delle più grandi tragedie del Novecento.

E allora viene spontaneo chiedersi: perché dedicare un documentario a un cimitero militare tedesco? Perché conservare un luogo che custodisce le spoglie di oltre trentamila soldati della Wehrmacht? E soprattutto: perché dovremmo provare interesse per loro?

Sono domande scomode. Ed è proprio per questo che Il Labirinto di Alberto Gemmi risulta un'opera tanto affascinante quanto necessaria.

Presentato al Biografilm Festival, il documentario prende forma all'interno del Cimitero Militare Germanico della Futa, il monumentale sacrario progettato dall'architetto Dieter Oesterlen sull'Appennino tosco-emiliano. Un luogo che assomiglia a una gigantesca spirale di pietra, un labirinto immerso nel paesaggio, dove riposano circa 32 mila soldati tedeschi caduti in Italia durante la Seconda guerra mondiale.

Gemmi sceglie però una strada diversa da quella del documentario storico tradizionale. Non gli interessa ricostruire battaglie o distribuire colpe. Gli interessa capire cosa resta. Cosa sopravvive al passaggio del tempo. Come la memoria continui a trasformarsi mentre le generazioni cambiano e le guerre, semplicemente, non finiscono mai.

Per farlo costruisce un'opera stratificata che mette insieme immagini contemporanee, materiali d'archivio, testimonianze, ricerca sul campo e gli interventi della compagnia Archivio Zeta, che da oltre vent'anni porta tra quelle tombe spettacoli ispirati a Thomas Mann, Kafka e altri autori europei.

Bisogna accettarne il ritmo. Il Labirinto non corre. Cammina. Osserva. Si perde volontariamente tra sentieri, lapidi, nebbie e frammenti di passato. È un film che pretende attenzione e disponibilità alla contemplazione.

Ma proprio questa lentezza diventa il suo punto di forza.

Gemmi cuce insieme una sorta di Frankenstein cinematografico nel quale convivono passato e presente, documentazione e suggestione, teatro e archeologia della memoria. Il risultato è un'opera che ci ricorda una verità spesso dimenticata: la storia è complessa. Molto più complessa di quanto ci piacerebbe.

I soldati tedeschi che emergono dal film non vengono assolti. E nemmeno celebrati. Vengono semplicemente restituiti alla loro condizione umana. Erano, nella maggior parte dei casi, ragazzi poco più che ventenni mandati a morire dentro una guerra più grande di loro. Lo stesso vale per gli americani, per gli italiani e per chiunque abbia indossato una divisa.

È qui che il documentario trova il proprio significato più profondo.

Perché il vero protagonista non è il cimitero della Futa. Non sono i tedeschi. Non è nemmeno la memoria.

È l'assurdità della guerra.

Quella forza cieca che continua a trasformare esseri umani in numeri, tombe e monumenti. Quella macchina che attraversa i secoli cambiando bandiere ma producendo sempre lo stesso risultato.

Alla fine del film resta addosso una domanda semplice e terribile.

Se per continuare a esistere la storia sembra aver bisogno di nuove vittime, allora che senso ha davvero continuare a combattere?

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