EUPHORIA - stagione 3
Forse è impossibile rimettere in piedi e incollare i pezzi di questo nostro mondo: lo osserviamo in un panorama di distruzione e dissoluzione, e l’unica cosa per cui bisognerebbe lottare è spegnere le luci e ripartire. Questo sembrerebbe l’assunto da cui parte Sam Levinson per raccontarci la tanto attesa terza stagione di Euphoria.
È una stagione atipica rispetto alle precedenti perché, per quanto ritroviamo Rue, Cassie, Maddy, Lexi, Nate, Jules, adesso non siamo più dentro le mura dell’high school dove si sono consumate storie di dipendenza di vario genere, adesso ognuno di loro ha preso una certa strada e questi indirizzi di vita, naturalmente, sono contenitori di uno sfacelo morale, culturale e traboccanti di perversione. Negli otto episodi della stagione alcune storyline si perdono nel tragitto, altre sono quasi assenti o rimpastate alla buona (quella di Jules, su tutte), e il perno della narrazione rimane quasi esclusivamente sulla problematica protagonista, Rue Bennett (Zendaya), su cui si livella in salsa contemporanea e “Gen-Z” un western a tutto tondo fra le strade desolate dell’America, ai confini con il Messico. Quali d’altronde potevano essere i tropi più utilizzabili legati al genere cinematografico per eccellenza su cui chiarire il dissidio fra bene e male, vita e morte, vizio e virtù, e il mito fondativo della nazione americana? Levinson riattualizza le forme di quell’antica epica per dare continuità esistenziale alla parabola di Rue, un’eroina persa in cerca di redenzione e in fuga dai propri peccati. Il mondo di Euphoria 3 perciò è un microcosmo senza legge, proprio come nel selvaggio Ovest, dove gli outlaw sono “pimp” dallo stile soul e hip hop, dove i saloon e i bordelli divengono strip club e utenti di OnlyFans, e dei neonazi spacciatori di Fentanyl, direi anche MAGA, sono l’ammodernamento di confederati segregazionisti. E Rue attraversa questo mondo degradato come un “dead man walking”, cercando addirittura nella religione e nelle parole bibliche un significato e segnali per la sua parabola esistenziale che molto probabilmente è ormai complessa da rimettere al centro.
La serie, nella sua conclusione, è un amalgama di livelli tonali che spesso non collidono perfettamente, e si passa anche da aspetti propriamente esagerati e quasi comedy, questi specificatamente dedicati al personaggio di Cassie Howard (Sydney Sweeney) dove, in uno degli episodi, la prorompente starlette divenuta in questa stagione un fenomeno della rete per i suoi scatti “hot”, addirittura arriva a impersonare in un riuscitissimo passaggio onirico esilarante la donna gigante di Attack of the 50 Foot Woman, una delle opere simbolo dei b-movies anni Cinquanta.
Infine, quello che resta di Euphoria è un look visivo e un ritmo potentissimo, personaggi che nel bene e nel male hanno segnato l’immaginario globale a cavallo tra gli anni dieci e gli anni venti — Rue Bennett è uno di questi — e una messa in mostra esplicita di una condizione di disfacimento morale che riguarda tutte e tutti noi. Per Levinson bisogna ritrovare innanzitutto una pace interiore, non c’è posto per chi vuol perseguire una qualsivoglia virtù in questa società attraversata da “tutto il male che c’è” dietro i riflettori e i flash degli smartphone, e dunque dobbiamo ricostruirci e ricostruire, forse eremitare in non-luoghi sospesi, lontani dalla luce della ribalta, dalle dipendenze e dalla violenza, come è difatti l’assolata e bianca Jerusalem ai confini del mondo: una famiglia costruita come una piccola comunità religiosa con le proprie regole e leggi su cui si chiude la serie mentre svolazza la bandiera americana, e dove risiede la speranza di ricominciare di Rue Bennett e del suo unico angelo custode Ali (Colman Domingo).