L’ispettore Coliandro – Noir-comedy spiritosamente scorretta

Se negli anni Settanta, quando nel cinema di genere italiano furoreggiava il poliziottesco, la coppia Amendola-Corbucci aveva già pensato di rivoltare come un guanto i topoi appartenenti al filone con la maschera di Milian-Giraldi, bisogna aspettare i primi anni Duemila per incontrare un altro carattere fondamentale capace di stravolgere ironicamente le regole del costrutto giallo-poliziesco. Nel 2006 arriva in Rai la prima stagione de L’ispettore Coliandro ed è subito boom di ascolti, sia grazie alla presenza in cabina di regia dei Manetti Bros. che avevano alle spalle il laboratoriale Zora la vampira e il meno noto Piano 17, ma anche sull’onda del successo letterario dei romanzi noir scritti da Carlo Lucarelli.

Lucarelli, abile giallista dalle tinte forti (Almost Blue), inventa un ispettore stralunato, stolidamente maschilista e sbruffone, che nonostante i suoi metodi sconclusionati riesce a sciogliere complicati intrighi polizieschi, in una Bologna dal sapore vagamente pulp.

Espressione imperturbabile da bello e dannato, barba leggermente incolta, Ray-Ban a goccia, camicia stazzonata e giubbotto di pelle, il Coliandro televisivo, incarnato mirabilmente da Giampaolo Morelli, diventa subito un’icona di stile alternativo e di ironia, creando una fusione tra l’immaginario poliziottesco dei Settanta e la giallistica letteraria contemporanea.

Si citava prima la figura di Giraldi ed effettivamente Coliandro pare avere un certo grado di parentela con il commissario trucido, entrambi utilizzano un linguaggio spiccio e colorito e metodi poco ortodossi, anche se il personaggio interpretato da Morelli non raggiunge mai il turpiloquio di quello messo in scena da Milian, ma l’episodio 2 della prima stagione, Vendetta cinese, mette in campo alcune trovate comiche degne della saga Giraldi, omaggiando involontariamente (?) le atmosfere di Delitto al ristorante cinese con una spruzzata di Grosso guaio a Chinatown.

Il Coliandro dei Manetti è puro melting pot cinefilo-culturale, che nella stagione 2 (episodio Sesso e segreti) rispolvera il thriller erotico alla Vanzina (e quindi guardando a De Palma) e persino il polar francese (episodio Doppia rapina) con la presenza di Philippe Leroy.

La cinefilia pop dei Manetti non è mai sbattuta in faccia allo spettatore ma perimetrata episodio dopo episodio, cercando al tempo stesso di tradurre in immagini la scrittura di Lucarelli attraverso i monologhi interiori di Coliandro, che nei romanzi scandiscono ogni capitolo e nella serie appaiono il rovesciamento ante litteram delle interpellazioni in macchina di Fleabag.

In otto stagioni, dopo aver iniziato pedissequamente a ricalcare il testo letterario di riferimento con l’episodio 1 tratto dal romanzo Il giorno del lupo, la matrice comico-noir inizia un po' a sfibrarsi con una certa ripetitività e meccanicità di scrittura, ma la maschera di Coliandro-Morelli resiste pienamente all’usura del tempo (15 anni dalla prima all’ultima stagione), con il supporto di spalle storiche come Veronica Logan (l’inflessibile dottoressa Longhi) e più recenti come Francesco Zenzola (l’agente Lorusso).

La nuova produzione seriale Uno sbirro in appennino, con protagonista Claudio Bisio, tenta di rinnovare la galleria di maschere ironico-poliziesche del nostro grande e piccolo schermo e la scommessa è sicuramente vinta, ma c’è un grado di separazione tra Coliandro e Benassi, ovvero il primo resta un cinico stolido fino in fondo, mentre il secondo viene in parte mitigato da alcuni elementi di carattere familista. Forse la sgarbatezza e le battute simpaticamente scorrette di Coliandro non sono più affini a un certo buonismo woke che ormai ci sovrasta.

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