Le città di pianura – Viaggio al termine della notte
In molti hanno riconosciuto nella figura del giovane cineasta Francesco Sossai una specie di prosecutore dello sguardo autoriale di Carlo Mazzacurati. Entrambi veneti sono accomunati da una visione legata alla provincia e talvolta al dialetto locale (pur appartenenti a generazioni differenti), autori di poetiche in grado di dialogare tra loro.
Sossai, classe 1989, ha all’attivo solamente un pugno di corti e due lunghi, ma è già evidente un’idea di cinema netta e riconoscibile.
Le città di pianura (disponibile su MUBI), sua seconda esperienza nel lungometraggio, rappresenta l’opera che lo ha reso noto al grande pubblico, passando prima per Cannes (Un Certain Regard), poi per la sala e infine trionfando agli ultimi David di Donatello.
Questo road movie lunare e sbilenco risulta meno radicale e freddo rispetto al suo primo lungo, Altri cannibali (sempre disponibile su MUBI insieme al corto Il compleanno di Enrico), nel raccontare le scorribande notturne e alcoliche di due scombinati ultracinquantenni insieme a uno studente di architettura, ma ne condivide il senso di solitudine e isolamento. Il maschio maturo rinchiuso in una asfittica e immota realtà di provincia, un po' come i personaggi del sardo Bonifacio Angius (Ovunque proteggimi, I giganti), senza però il medesimo livore. Sossai gioca con la stralunata fissità notturna di Kaurismäki , tra colossali bevute, localini rock-folk e uno sguardo sospeso sempre sul filo tra comico e drammatico, riuscendo a non aderire mai pienamente all’uno o all’altro genere.
I suoi ubriaconi sono incarnati in maniera goliardica e picaresca da Pierpaolo Capovilla (leader de Il Teatro degli Orrori) e Sergio Romano, accompagnati dalla presenza semi-seria del giovane Filippo Scotti. Confronto generazionale che molti hanno accostato a Il Sorpasso di Risi, anche se il cinema di Sossai rifugge il modello della commedia all’italiana (classica), affrancandosi da etichette precostituite e sviluppando una poetica molto personale in cui si intravvedono elementi altrui opportunamente metabolizzati e rielaborati.
Un piccolo film che brilla di luce propria, scevro da qualsiasi compiacimento sociologico e moralistico, in grado di seguire il ritmo errabondo di un viaggio al termine della notte in cui c’è sempre posto per l’ultima bevuta.