Miroirs No. 3 - Il mistero di Laura – Laura degli specchi
Il volto impenetrabile e imbronciato di Paula Beer torna a farsi verbo cinematografico nell’ultimo straordinario lavoro di Christian Petzold, rappresentando una volta di più gli elementi naturali e l'imprevedibilità del destino.
Nel cinema di Petzold c’è sempre un accadimento traumatico che diventa strumento per un cambiamento profondo, spalancando le vite dei personaggi a nuovi incontri e relazioni e la figura di Paula Beer incarna al tempo stesso la rinascita umana e il meccanismo di modificazione mosso dal fato.
E’ stata la raffigurazione contemporanea del mito di Ondina all’interno dell’urbanistica berlinese in Undine – Un amore per sempre, in cui l’elemento acqueo era preponderante, e a seguire è stata Nadja in Il cielo brucia, con rimandi costanti all’opera poetica di Heinrich Heine, dove il fuoco era l’elemento che coinvolgeva e sconvolgeva le relazioni umane.
Miroirs No. 3 – Il mistero di Laura (disponibile su MUBI) è sicuramente il capitolo più impalpabile e luminoso della trilogia, in cui l’elemento dell’aria rappresenta un cambiamento quasi impercettibile, un soffio soave che riporta alla vita le due donne protagoniste.
Paula è Laura, una studentessa di pianoforte presso l'Universität der Künste Berlin che dopo un tragico incidente, in cui perde la vita il suo ragazzo, viene ospitata da una donna matura, la quale vive nel costante ricordo della figlia morta.
Quello di Petzold è un film sulla purificazione e sulla rinascita, Laura dopo una morte metaforica torna a vivere all’interno di una nuova esistenza, mentre Betty supera quella reificazione esistenziale che la avvolgeva. Ma è anche un racconto sottilmente morboso, in cui si finisce per spersonalizzare un individuo assegnandogli un’altra identità e a sovrapporre il desiderio di affetto a una feticizzazione della persona, trasformandola in referente iconico (Betty e la sua famiglia osservano sul web l’immagine in movimento di Laura).
Petzold superati gli spettri della Storia e della guerra (che innervavano opere come La scelta di Barbara, Il segreto del suo volto e La donna dello scrittore) ci parla di rivelazione e grazia attraverso uno sguardo laicamente animista, in cui le cose posseggono un nitore quasi rosselliniano.
L’orto di Betty è una sorta di Eden per Laura, in cui salvia, nasturzi e prugne assumono la dimensione di doni spirituali, come persino lo steccato da ridipingere che risplende di una bianchezza purificatrice.
Laura è come Tom Sawyer nella dimora di zia Polly mentre dipinge la staccionata trasformando un desiderio in realtà, ma è anche una figura prismatica, psicologicamente complessa, un’anima rifratta su più superfici, finendo per abbandonarsi al vento del destino, diventandone alito emotivo e armonia musicale (la suite di Ravel che da il titolo al film).
Petzold conferma di essere uno straordinario metteur en scène, attento agli infinitesimali respiri drammaturgici della diegesi, creando emozioni senza mai sfociare nella retorica. Laura ascolta il brano The Night di The Four Seasons, insieme al figlio di Betty, e finalmente scioglie il proprio volto in un sorriso taumaturgico.
Siamo davanti a uno dei miracoli cinematografici dell’anno.