Off Campus: la rom-com college che conquista la Gen Z
Da maggio, Off Campus, la serie creata da Louisa Levy e distribuita su Prime Video, non ha smesso di far parlare di sé, raggiungendo il record del terzo debutto più visto di sempre sulla piattaforma, con 36 milioni di spettatori in poco più di dieci giorni (qui la notizia ufficiale). La seconda stagione è in fase di riprese e da poco è stata confermata la produzione della terza.
La prima stagione si basa sul trope classico del fake dating, si pensi a Tutti tranne te, a Mia moglie per finta, a The Wedding Date - L’amore ha il suo prezzo, o anche a Tutte le volte che ho scritto ti amo. Infatti, tra Hannah Wells (Ella Bright), studentessa modello, con tre lavori extrauniversitari, e Garrett Graham (Belmont Cameli), il sexy capitano della squadra di hockey, figlio di un famosissimo ex giocatore della NHL - per questo “privilegiato” agli occhi di molti - che vuole dimostrare non solo di essere bravo nello sport, ma anche di meritare voti alti nei corsi che segue.
Lei ha una cotta per Justin (Josh Heuston), cantante pop-rock belloccio del campus, mentre Garrett ha bisogno di lei per ottenere un buon risultato nel corso di filosofia. Ecco nascere il patto che, via via, li legherà sempre di più, non tanto per l’accordo in sé, quanto perché avranno modo di conoscersi davvero. Niente maschere, si mostreranno per quello che sono e così diventeranno prima amici e poi una coppia. Ed è proprio qui che Off Campus riesce a prendere un cliché molto conosciuto e a dargli una sfumatura ben diversa. In otto episodi, da 50 minuti l’uno, regna una forte dose di leggerezza e battute brillanti e ben strutturate per portare avanti tematiche emotive contemporanee più serie. Traumi e manipolazioni varie vengono gestiti con un approccio meno pesante rispetto ad altre serie a tema college, ma nemmeno troppo leggero da risultare stupido o volgare.
BookTok, la community di TikTok dedicata ai libri, ha reso popolare la saga romance-sportiva di Elle Kennedy, che poi è, appunto, esplosa anche come serie. Molto del merito va quindi alla forte comunità di giovani lettori, e poi ovviamente all’ambientazione college, alla trama soap-new adult con vibes da rom-com Tv e non quindi da teen drama stile Euphoria, ed anche da quel mix di colonna sonora vecchia, ma incrollabile, e di nuove voci; tra gruppi inventati e autori emergenti. Anche i costumi, che riprendono icone stabili come l’abito da Maverick, quello da JLo e i cardigan indossati da Ella, in stile Rory di Una mamma per amica, costituiscono i tasselli vincenti del mosaico che unisce i Millennials alla Generazione Z e viceversa. Off Campus, infatti, sa dialogare con i trentenni e oltre, ma è pensata e strutturata per un pubblico nato tra la seconda metà degli anni ’90 e all’incirca il 2012. Qualcuno ha scritto che, oltre a essere nostalgica, perde il suo essere per la Gen Z nel momento in cui, invece di decostruire le relazioni e i rapporti sentimentali, crea nuove prospettive di innamoramento e di relazione. Sicuramente ha diversi elementi nostalgici, ma questi servono più ad attirare quei Millennials che possono essere più diffidenti rispetto a una proposta come questa. Una sorta di tela di ragno, appiccicosa, che ti incastra e dalla quale, alla fine, ti lasci dolcemente avvolgere. Di solito, nelle rom-com, la protagonista si accorge di aver guardato “il Malessere”, di aver quindi cercato attenzioni e amore proiettando un’idea su una persona, o di aver perseguito un sogno che era solo qualcosa di potenzialmente dannoso e idealizzato, per poi concludere che l’amore era nella persona che è sempre stata accanto. Ebbene, il cliché si ripete, verissimo, ma non è rappresentato come al solito. Prima ancora che Hannah si renda conto di quanto la sua cotta possa essere dannosa e di quanto Garrett sia invece interessato a lei e lei a lui, i due si scelgono a vicenda, pur rimanendo individui autonomi. Si conoscono, imparano a fidarsi l’uno dell’altra e nasce un’amicizia basata sulla conoscenza onesta, sul rispetto e sulla fiducia. L’innamoramento, quindi, non nasce dalla ricerca disperata d’amore, ma dal legame che si è creato e a cui entrambi vogliono dare seguito.
ALLERTA SPOILER
A questo proposito, nel quarto episodio, La rottura, c’è una delle sequenze di sesso più belle e cinematografiche di questo genere di serie, purtroppo interrotta bruscamente da un taglio sgraziato. In generale, nel corso degli episodi, ci sono tanti rimandi cinefili, da quelli più espliciti, come Dirty Dancing, a quelli più “nascosti” per i Millennials in cerca. Ma quella sequenza di sesso si basa interamente sull’autoerotismo e sullo sguardo. La fiducia tra i due personaggi passa proprio da lì, dal non distogliere lo sguardo, dal cercarsi e dal non cercare una via di fuga. La macchina da presa insiste sui primi piani di entrambi, sui dettagli dei corpi - piedi, gambe e torace - e poi torna sui loro volti e sugli occhi, creando complicità con lo spettatore. Per Hannah questo momento ha un significato estremamente importante. Infatti, la sessualità con un’altra persona smette di essere un luogo di violenza che l’ha segnata e diventa uno spazio in cui può riappropriarsi attraverso lo sguardo del desiderio, del proprio corpo e di quello dell’altra persona, esplorando al di fuori degli schemi canonici.
Interessante è il modo in cui Garrett interrompe i preliminari proprio mentre Hannah si sta spingendo fuori dal proprio corpo e propone invece di guardarsi a vicenda: “Show me, and I’ll show you”, senza toccarsi. In questo modo, e in altri momenti, la serie mostra una varietà di rapporti sessuali e di complicità possibili.
FINE SPOILER.
Certo, spesso i dialoghi risultano irrealistici, questo proprio per il modello maschile rappresentato che, seppur sicuro di sé, atletico e, nel caso di Dean e Garrett, anche carismatico, lascia ampio spazio all’attenzione emotiva. L’espressione social “men written by women” descrive proprio questo genere di personaggi, con spiccate capacità di comprensione, rispetto e comunicazione dei sentimenti all’interno della relazione. E sebbene possa scappare un sorrisetto cinico - sia allo spettatore sia ai personaggi - davanti a certe battute, è interessante che questo modello maschile non venga percepito né come un peso narrativo né come qualcosa da mettere in discussione. L’attenzione emotiva fa semplicemente parte del modo in cui la serie racconta le relazioni.
Hannah è un’aspirante clarinettista con un percorso ancora in bilico tra classica e pop e anche qui il personaggio ribalta una situazione che è diventata sempre più concreta: la mancanza di fondi per le materie umanistiche che sta attanagliando l’America e, in generale, il mondo, e quindi tanti giovani che vedono i loro sogni sparire. La Gen Z e i Millennials sono generazioni che, più di altre, si reinventano costantemente per portare avanti i propri progetti. Hannah lo fa attraverso i lavori e la musica, che non è semplicemente un sogno da inseguire, ma qualcosa per cui deve continuamente trovare il modo di pagarsi la possibilità di studiare e di andare avanti.
Garrett, invece, è il capitano della squadra di hockey, ma non per questo è una capra. Ha solo bisogno di qualcuno che, attraverso il confronto, lo aiuti a sviluppare il proprio pensiero critico. A sbrogliare i nodi formatisi nella sua mente, così da riuscire ad assimilare, e non a imparare a pappagallo, i concetti dei vari filosofi. E proprio per questo è abbastanza evidente che, fin dall’inizio, scelga Hannah non perché abbia realmente bisogno di lezioni, ma perché cerca una scusa, in parte involontaria, per conoscerla meglio attraverso qualcosa che le piace e in cui è brava. Così, ancora una volta, Off Campus parte da un cliché e lo ribalta, la storia d’amore non parte dopo il “riconoscimento” del vero amore, ma da un genuino interesse di una delle due parti e dal continuo stare al gioco dell’altra.
Garrett vive con i compagni di squadra e anche loro, pur avendo ancora poco spazio, vengono introdotti abbastanza da costruire una sorta di famiglia alternativa, che poi è uno degli elementi più interessanti della serie. Dean De Laurentis (Stephen Kalyn) è bello, biondo, sembra inavvicinabile: è così bello da allontanare. Sessualmente molto attivo, di una famiglia high society o, se dovessimo dirla alla Outer Banks, un “Kook”. Tutte lo vogliono e lui vuole tutte, un giro in giostra è per tutte e lui sta al gioco. L’incontro con Allie Hayes (Mika Abdalla) cambia le carte in tavola. Lei è intrappolata nei meccanismi ripetitivi della relazione stabile, e vuole fuggire, esplorare. Da un lato non vuole legami, vuole essere una “mina vagante”, ma è anche alla ricerca di stabilità emotiva, che però non consista nell’appoggiarsi alla stabilità dell’altro. Proprio sulla loro coppia si baserà la seconda stagione.
Ci sono poi anche John Tucker (Jalen Thomas Brooks) e John Logan (Antonio Cipriano), per ora non troppo approfonditi, ma che sicuramente hanno molto da raccontare. Il primo è un perfezionista, quello che nel gruppo si occupa maggiormente della casa, dal frigo sempre pieno alla cucina pulita e ordinata. Sostanzialmente, un trentenne nel corpo di un ventenne, e gli amici, in qualche modo, lo salvano da questi atteggiamenti. Non potendo tornare a casa per le feste, decide di organizzarne una con la sua famiglia alternativa, che ovviamente non va come avrebbe voluto, ma che alla fine si rivela bella proprio perché diversa da come l’aveva immaginata.
Logan, invece, è molto legato alla sorella, una specie di Jenny 2.0 da Gossip Girl o di Maeve di Sex Education. Vengono da una famiglia povera, con una madre tossicodipendente, e Logan ricorda un po’ la versione migliorata di Pacey di Dawson’s Creek, ma anche Paxton di Non ho mai… e Steven di L’estate nei tuoi occhi.
Attraverso tutti questi personaggi, la vita universitaria, che ormai per i trentenni è passata e guardata con nostalgia, con Off Campus rappresenta ciò che la Gen Z fa e vive oggi. Nuove libertà e definizioni, amicizie che diventano famiglie e che creano quasi delle comuni - vedi Outer Banks e la loro Poguelandia - e, in Off Campus, l’appena citata festa del Ringraziamento che, dalla festa con chiunque a casa, finisce con il gruppo ristretto sul campo da hockey e in videochiamata. Non è più tanto la dinamica tra cattivi adulti e bravi giovani adulti, come nelle serie dei Millennials, ma il ragionamento è diverso. Bisogna trovare le proprie persone di fiducia, indipendentemente dall’età, e allontanare le mele marce. Garrett lotta contro la paura di essere come suo padre, mentre Hannah lotta contro i pensieri intrusivi e il senso di colpa, la vergogna, di un passato che, oltre al trauma, pensa che la etichetti perché la società lo ha fatto. E come la rassicura sua madre: “Se ti senti colpevole, devi aver fatto qualcosa di male. Cos’è? Sei andata a una festa, piccolina. Andavi alle superiori e avevi bevuto un drink. Tutto qui. Non hai fatto niente di male.”
Anche per questo la serie riesce a essere contemporanea senza dover necessariamente mettere in discussione il modo in cui racconta l’amore e le relazioni. Non deve dirci per forza che l’amore romantico è un problema, che le relazioni vanno smontate o che i rapporti tradizionali siano necessariamente sbagliati. Può semplicemente raccontare di persone che imparano a conoscersi, a fidarsi, a riconoscere i propri limiti e quelli degli altri e a costruire relazioni a partire da questo. Ed è forse proprio qui che sta la sua leggerezza: nell’essere una serie che sceglie di non appesantire continuamente ciò che vuole raccontare.
Di grande rilievo nella narrazione è la colonna sonora che, per tutta la stagione, spazia tra generi e annate diverse: da Dancing With Myself di Billy Idol ai successi pop di J.Lo e Lady Gaga, fino ai brani indie e rock. È un mix molto comune alle feste della Gen Z, nei bar universitari e nelle case. Serate piene di quiz, giochi, raccolte fondi, karaoke, balli improvvisati, pinte di birra, beer pong e shot di Fireball Whisky; di cui Antonio Cipriano è diventato da poco il volto del brand. E poi c’è Mr. Brightside dei The Killers, immancabile nelle serate della Gen Z, e un po’ come Don’t Look Back in Anger degli Oasis per i Millennials. Solo che in Off Campus è stranamente assente.
Ed è forse proprio questo insieme di riferimenti, musicali, cinematografici e non solo, a spiegare perché Off Campus funziona. Prende qualcosa che potrebbe sembrare già visto - una storia di college, un gruppo di ragazzi atletici, il fake dating, il ragazzo popolare e la ragazza apparentemente fuori dal suo mondo - e lo ricompone unendo elementi appartenenti a generazioni diverse. Non è nostalgia, ma riconoscimento. È, da un lato, riconoscersi in qualcosa che già si conosce e, dall’altro, vedere una generazione più giovane appropriarsene e farne qualcosa di suo.