Cent’anni di solitudine: il destino dei Buendía arriva alla fine

Finalmente sui nostri schermi casalinghi e portatili, dopo una lunga attesa di circa un anno e mezzo, da questo Agosto abbiamo la possibilità di chiudere un cerchio: i restanti otto episodi della miniserie Cent’anni di solitudine, coprodotta e distribuita da Netflix, in origine considerata non come due stagioni separate ma come una prima e una seconda parte.

La serie compie un affresco che pareva impossibile: tradurre e trasmigrare in linea episodica il grande e omonimo romanzo di Gabriel Garcia Márquez, l’epopea maledetta dei Buendía, di Macondo e della lotta senza fine contro tutte le disparate forme degradate del potere, l’ossessione esoterica della conoscenza dei fatti del mondo e i profondi tagli dell’amore.

E la serie tutto questo lo fa benissimo! I salti concentrici della temporalità del romanzo sono resi impeccabili grazie a una regia che si affida a una macchina da presa dinamica, sempre in movimento (numerosi sono i long take e i piano sequenza), accompagnata da una direzione della fotografia mutevole all’interno della stessa “video-coreografia”, da giorno alla notte, da mesi e decenni, in continuità mentre personaggi invecchiano, mode cambiano, Macondo si svuota e i Buendía rimangono incastrati sempre più tragicamente dalle oscure parole profetizzate dallo zingaro immortale Melquiades. Tutto è concentrico, tutto si vive immediatamente, che sia un passato più o meno lungo o un presente che si sta compiendo; ripeto, l’unica avvisaglia del fluire ininterrotto di questi apparentemente lunghi cento anni, sono le evoluzioni dei tanti e meravigliosi personaggi (tra cui ci tengo a menzionare almeno le performance di Claudio Cataño, Marleyda Soto, Diego Vásquez, e la modella attrice Akima nel ruolo di Rebeca nella prima parte della serie), e l’eredità tramandata della famiglia Buendía con il loro rapporto con l’assurda e utopica città di Macondo.

La serie Netflix composta quasi esclusivamente da un cast di locals colombiani, nonché la ricostruzione della città è ispirata da luoghi realmente esistenti conosciuti da Márquez: Macondo pulsa di scenografia naturalista, avvertiamo l’esotismo e quel mondo un po’ sospeso delle città sudamericane e in particolare della Colombia. Grande importanza è, appunto, predisposto in quell’elemento “disturbatore”, il cosiddetto realismo magico, imposto da Marquez al libro e ben trasferito sullo schermo: accade sempre, quando meno lo si aspetta e colpisce forte, fornendo ulteriori scosse agli sviluppi narrativi intrecciatissimi delle vicende interminabili dei personaggi e della storia del mondo, trasferitasi per un momento proprio lì nella desolazione del villaggio di Macondo. Il soprannaturale, l’inconoscibile e la magia sono parte integrante e irrinunciabile di questa storia, e la difficile messa in scena tuttavia colpisce nel segno organizzando i materiali visivi efficacemente, così destando perturbazione e sorpresa quando l’inspiegabile va a sopraffare i destini della gente di Macondo.

In toto, questa “riduzione” di Cien años de soledad la ritengo molto potente, in virtù sia dall’ingombrante precedente letterario, che appassiona a prescindere, ma il merito televisivo è legato soprattutto a una globale messinscena che non fa acqua, forse alcuni videospettatori non apprezzeranno le continue incursioni del Voice Over che irrompe per sottolineare alcuni episodi e il fugace futuro che attende alcuni dei personaggi, ma lo strumento della didascalia sonora in questo contesto lo trovo adatto per innescare il linguaggio meraviglioso della prosa di Marquez che diventa un perfetto controcanto alle immagini, e anche per far capacitare gli spettatori e le spettatrici dell’assurda ma non impossibile temporalità strutturale delle vicende raccontate. 

Ci tengo, infine, a precisare che l’ultimo episodio della serie, su cui si fa calare il sipario, ha la durata di un lungometraggio di quasi due ore, e proprio questo spessore importante, lo considero l’espressione perfetta e la degna conclusione di un’epopea così tragica nella sue lotte, nelle sfide al potere costituito — che sia politico, religioso, militare, sociale, occidentale — e così poetica. E nel frattempo, gli spiriti di ciò che erano, di ciò che sono e ciò che saranno i Buendía si incontrano tutti nello stesso frangente immediato, sotto l’albero di castagno a chiusura di un ennesimo cerchio.

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