Ritratti di Cinema: i grandi registi raccontano il cinema

Cosa accomunano Martin Scorsese, Tim Burton, Jane Campion, Damien Chazelle, Paul Schrader, Asghar Farhadi, Pablo Larraín, Ruben Östlund, Peter Greenaway? A parte la medesima vocazione per il Cinema, essendo tutti, in diverso modo, dei maestri della regia cinematografica e del racconto per immagini, ci troviamo davanti a delle personalità sfaccettate e con un approccio stilistico, ideologico, culturale molto lontano l’uno dall’altro. L’occasione per riunire i loro punti di vista in un lungo discorso di un’ora e quindici circa è avvenuta in maniera singolare in Italia, e quale migliore  Mecca se non la Mole Antonelliana e il Museo Nazionale del Cinema di Torino? Questa è la premessa per Ritratti di Cinema, un efficace ritratto a più voci scritto e diretto da Paolo Civati e attualmente disponibile in esclusiva su Raiplay, citando la sinossi: “Una tavola rotonda immaginaria, in cui nove grandi registi si confrontano sul senso del cinema e sui meccanismi che hanno reso il loro linguaggio inconfondibile”. Il film è stato presentato come selezione ufficiale al TFF (Torino Film Festival) nel 2025 e l’occasione per questi incontri “ai vertici del Cinema” si è presentata per via di alcuni scatti fotografici dedicati ai registi soprindicati, come indica la didascalia all’inizio del film, e dunque quale miglior occasione per esplorare e conoscere da questi importantissimi cineasti i loro segreti, o almeno il loro approccio registico. 

Il film è molto essenziale, una fotografia pulitissima in bianco e nero che si sofferma sui volti, sui mezzo busto di coloro che sono soliti trovarsi dietro la macchina da presa, questa volta invece si svelano in piena libertà guardando verso l’obiettivo: il montaggio alterna le varie risposte dei nove interpellati e ci restituisce spesso risposte completamente agli antipodi. Si parte con un quesito inevitabile sulla “origin story” del loro Cinema, e qui ci troviamo spesso in una linea comune che si può riassumere nelle parole dello sceneggiatore-regista Paul Schrader: “Non possiamo fidarci della realtà”, a cui fa eco e approfondisce Scorsese: “Raccontare storie attraverso immagini e persone è la necessità di dire qualcosa al mondo”. Si passa successivamente a domande dal fattore più tecnico, in particolare ci si sofferma sul valore della recitazione, sul casting, e troviamo qui delle risposte variegatissime, da un simil innamoramento, provato da Scorsese o Tim Burton a un “male necessario, nei termini del linguaggio cinematografico”, come ci riferisce Peter Greeneway. Inevitabili le introspezioni esistenziali, sul tentativo di spiegare l’insondabile, ovvero il mistero della creatività, che anima tutti questi incredibili artisti, proiettandosi poi in una dimensione fra la spiritualità e la psicanalisi: “Credo che la morale sia un castigo per l’arte e per il Cinema” (Larraín), o intendere la creazione filmica come accettazione di sé (Tim Burton), come forma di innamoramento per il mondo che ci circonda, una scusa per fuggire da una vita vuota e ripetitiva oppure per non rimanere nel passato con i rimorsi che ne comporta (Schrader), o anche come il giocattolo più bello che può avere un bambino, ed infine credo che forse una delle parole più significative e che mettano tutti d’accordo sono ancora una volta quelle di Pablo Larraín che identifica le motivazioni alla base della creazione cinematografica come un modo di lasciare il segno nel tempo, poiché è incontrollabile. 

Il Cinema può essere tutto questo o il contrario di tutto, può essere cinico, divisivo, intellettuale, umano, violento, dolce, romantico, ripugnante e tanto altro ancora ma come in chiusura ci riferisce Martin Scorsese: È il modo di arrivare al cuore delle persone e per questo vale la pena vivere”. E dunque riuscire a godere dei frutti, tutti diversissimi tra loro, prodotti non con poche difficoltà e compromessi da questi mirabili artisti è una soddisfazione che dovrebbe gratificarci in quanto spettatori. L’ultima immagine è proprio per noi, una piccola macchina da presa a pellicola impugnata da Asghar Farhadi rivolge il suo “cineocchio” verso di noi e ritorniamo per un momento agli albori del Cinema, alla sua fondazione, e noi siamo e saremo ancora eternamente grati.

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