This Is Spinal Tap – Spinal Tap II – Alfa e Omega del mockumentary rock
La commedia è da sempre stato il cuore pulsante del cinema di Rob Reiner (che ci ha lasciati in tragiche circostanze lo scorso dicembre), senza nulla togliere alle sue ottime riletture kinghiane Stand by me – Un’estate da ricordare e Misery non deve morire.
Rainer debutta alla regia nel 1984 con un’operazione profondamente corsara, realizzando un falso documentario dedicato a una fantomatica rock band inglese, gli Spinal Tap.
L’esperimento This Is Spinal Tap (disponibile su Prime Video) è stato decisamente seminale (pur non trattandosi del primo mockumentary della storia del cinema) nel rielaborare in fieri gli stereotipi dell’hard rock e dell’heavy metal in chiave parodistica e mantenendo un’apparente senso di veridicità, aderendo scrupolosamente al linguaggio documentario.
Come è avvenuto per i primi film comici del gruppo Z.A.Z. (usciti proprio in quegli anni), anche in questo caso l’elemento demenziale funziona proprio grazie all’apparente serietà con cui viene condotta l’operazione, la riproposizione dei topoi del rockumentary sempre in oscillazione tra vero e falso, serio e faceto, per arrivare a una piena sospensione dell’incredulità.
Spinal Tap II – La fine è solo l’inizio (disponibile su Netflix), pigia maggiormente sull’acceleratore dell’assurdo, trasformando il sequel in una sorta di cartoon impazzito. Il gioco del finto documentario non rappresenta più uno sguardo di frontiera nel linguaggio rockumentary, perciò l’operazione vira verso i toni della rimpatriata con la catastrofica reunion della band, in occasione del loro ultimo concerto.
Il demenziale anche fisiologico (vedi la riproposizione sul palco del brano Big Bottom) lascia però baluginare in trasparenza alcuni lampi di tenerezza, come ad esempio David (Michael McKean) che osserva dolcemente due anziani bluesman mentre suonano per strada e la memoria torna direttamente al 1984.
Ma il film non sprofonda mai nella malinconia senile, mantenendo sempre viva la dimensione autoironica tra sitcom e metacinema, erodendo sarcasticamente il proprio simulacro da fanservice.
Epilogo degno del grande cinema comico-catastrofico, che seppellisce sotto le macerie di cartapesta qualsiasi malinconia passatista. Un commiato senza nostalgie ma con lo sguardo rivolto verso il futuro e l’immortalità della musica rock.