The Tale of Silyan: in simbiosi con la natura
Dalle fiabe e racconti tradizionali alla letteratura e saggistica contemporanea, passando per opere d’arte, di fotografia e naturalmente cinematografiche, il rapporto tra uomo e natura è senza dubbio tra i più indagati temi della produzione culturale umana. Anche a causa del cambiamento climatico, la necessità di riflettere sui modi in cui l’uomo si interfaccia, si relaziona e in alcuni casi sfida la natura diventa sempre più impellente, soprattutto sul grande e piccolo schermo: negli ultimi sono approdati sui diversi servizi di streaming titoli come Train Dreams (Netflix, 2025), Free Solo (Disney+, 2018), Il Mio Amico In Fondo Al Mare (Netflix, 2020) e Fire of Love (Disney+, 2022), capaci di tracciare prospettive diverse e di raccontare diversi modi di vivere con la natura. Approdato su Disney+ lo scorso 7 gennaio, The Tale of Silyan si inserisce in questo filone audiovisivo tracciando una parabola se non inedita, quantomeno originale nel dibattito qui delineato.
Presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il documentario diretto dalla regista macedone Tamara Kotevska (Honeyland) racconta del rapporto di amicizia tra il contadino in crisi Nikola e una cicogna bianca ferita – il tutto inquadrato nell’ottica di una fiaba popolare macedone, il titolare racconto di Silyan, in cui un principe arrogante viene trasformato in cicogna per scoprire cos’è la povertà e la solitudine. Rispetto al precedente lavoro della regista, The Tale of Silyan si presenta come un progetto decisamente più ambizioso: attraverso la chiave di lettura mitologica, il film cerca di raccontare con gli strumenti della docu-fiction allo stesso momento la difficile condizione economica dei contadini macedoni, la vita e le abitudini delle cicogne bianche (animali facenti parte della tradizione del Paese, dunque particolarmente riverite e benvolute) e il rapporto che si instaura tra i due protagonisti.
È proprio in questo rapporto improbabile tra il contadino e il pennuto che il documentario trova una sua compiutezza tematica: delineando il ritratto di due esseri in un momento di crisi – il contadino Nikola si ritrova a vivere da solo a causa della profonda crisi economica che mette in difficoltà e ristrettezze la sua famiglia, costretta a migrare altrove in Europa; la cicogna bianca si ritrova con un’ala ferita, incapace di muoversi se non con le sue zampe, e quindi incapace di raggiungere le sue compagne sui grandi nidi ammassati nei tetti dei palazzi macedoni -, Kotevska racconta il rapporto tra i due descrivendo una relazione simbiotica tra uomo e natura. Come nella fiaba che fa da cornice (e che dà il titolo, oltretutto) a The Tale of Silyan, due esseri diversi per specie e contesto finiscono per incontrarsi e legare poiché accomunati dalla stessa sensazione di solitudine, di isolamento e di difficoltà: una relazione, quella descritta da Kotevska, capace di trascendere le parole per farsi intima e viscerale.
Se il rapporto al centro della pellicola è perfettamente simbiotico, il rapporto tra la finzione e il documentario risulta invece meno equilibrato. Similarmente al precedente Honeyland, infatti, la regista costruisce i suoi lavori attraverso incursioni finzionali in una cornice documentaristica, incursioni che tuttavia tendono a non amalgamarsi all’interno della pellicola, risultando dunque disomogenea. Se nel suo lavoro precedente questo aspetto stilistico era particolarmente evidente, in The Tale of Silyan Kotevska riesce a calmierare questo taglio, lasciando più spazio al rapporto al centro della pellicola la cui autenticità palpabile riuscirà a conquistare il pubblico e a elevare il prodotto a più di un semplice documentario naturalistico.