Fabrizio Corona: Io sono notizia - il lato oscuro del berlusconismo
Approdata lo scorso 9 gennaio su Netflix, la docu-serie in cinque puntate Fabrizio Corona: Io Sono Notizia ha sollevato da subito feroci critiche e polemiche. Oltre ai soliti commenti social legati alla “discutibile” scelta di produrre un’opera incentrata su una figura controversa del passato prossimo italiano (come se la sola esistenza di un simile prodotto equivalga esclusivamente ad un suo endorsement, ad una sua pubblicità senza alcuna posizione critica…), nelle ultime ore si è tuttavia aggiunta una questione assai spinosa: secondo il quotidiano La Verità la produzione della docu-serie avrebbe ottenuto per la sua realizzazione ottocentomila euro di contributi statali a fronte di un budget di circa due milioni e mezzo. I contribuenti, naturalmente, insorgono: com’è possibile che i nostri soldi finanzino produzioni del genere?!
In questi dibattiti, pure decisamente legittimi (su certi aspetti), ciò che manca è la riflessione sul prodotto finito: com’è? Ma soprattutto, come approccia una figura così controversa e problematica come quella di Fabrizio Corona?
Diretta da Massimo Cappello e sceneggiata dallo stesso assieme a Marzia Maniscalco, Io Sono Notizia traccia la parabola dell’imprenditore e personaggio pubblico Fabrizio Corona: attraverso ricostruzioni, stralci di notiziari e programmi televisivi, ma anche interviste ai protagonisti - tra gli altri Lele Mora, Nina Morić, oltre allo stesso Corona -, la serie attraversa la gran parte della carriera del nostro, dalle origini in seno all’agente dei VIP passando per i suoi procedimenti giudiziari fino ad arrivare alla fine degli anni Dieci.
Nel ripercorrere quasi due decenni di spettacolo e di politica italiani, Cappello costruisce una contronarrazione rispetto alla storia pubblica del suo protagonista: attraverso una patina estetica volutamente trash, la serie racconta la vita del “paparazzo” spogliata della sua epica, affiancata da un contraddittorio fatto di voci di giornalisti, scrittori e personaggi pubblici che smentiscono e rifiutano la grandeur del personaggio Corona. La stessa produzione non ha in simpatia il suo soggetto, com’è facile intuire vedendo Io Sono Notizia: agli occhi di Cappello, Corona è l’emblema del berlusconismo più incancrenito, l’estrema conseguenza del degrado culturale e morale che caratterizza il nostro Paese dall’era del Cavaliere in avanti - non a caso, ignorando i recenti risvolti della carriera di Corona, la serie si chiude sul funerale dell’ex premier il 14 giugno 2023.
Spregiudicato, arrivista, cinico e senza scrupoli: Fabrizio Corona viene qui dipinto non come un attraente bad boy, ma come un uomo malato, attaccato solo al sesso e al denaro, fatto di evidenti fragilità che cerca di mascherare dietro il lusso e dietro la sua megalomania. Il ritratto di Cappello prende una posizione netta su Corona anche grazie a una ricerca nell’assenza di gusto della messinscena, coerente con il mondo mediatico kitsch e patinato degli anni Duemila - in una parola: Mediaset - in cui lo stesso Corona ha mosso i suoi primi passi.
Al netto di un prodotto che è riuscito nella sua volontà di guardare criticamente un personaggio come Fabrizio Corona e una parte di storia recente dell’Italia tout court, chi scrive non riesce a non porsi questioni e dubbi rispetto al dibattito che la serie ha scaturito - certamente lontano da quello che la produzione avrebbe voluto. Se, da un lato, è difatti preoccupante constatare l’atteggiamento del pubblico che disdegna il prodotto in sé per non arrivare confrontare con esso e con la sua visione di mondo, dall’altro lato è altrettanto allarmante constatare come un prodotto così apertamente critico verso il suo protagonista possa averlo coinvolto - e, molto probabilmente, pagato - nella sua produzione.
Queste polemiche e critiche, tuttavia, non fanno altro che ricordarci però una cosa: la visione di mondo che Corona rappresenta ha vinto e continua ancoraggi a vincere.