Jay Kelly: la crisi di una star secondo Noah Baumbach

Presentato in esclusiva al Festival di Venezia 2025 e in lizza per il Leone d’Oro, Jay Kelly è l’ultimo film di Noah Baumbach, pregevole narratore dei sentimenti infranti e del rimorso, come ha dimostrato nel bellissimo A Marriage Story (Storia di un matrimonio, 2019) o in Frances Ha (2012) dove dirige Greta Gerwig, partner sul set e nella vita di Baumbach, e anche in quest’ultimo la regista del chiacchieratissimo Barbie è presente brevemente come interprete di una parte secondaria.

Jay Kelly è un intenso ritratto non solo di un uomo ma di una star del cinema, un attore hollywoodiano, interpretato da un George Clooney fresco di nomination ai Golden Globes per questa performance, in coppia con l’altrettanto efficace Adam Sandler, nel ruolo dell’asfissiante e servile agente Ron Sukenick.

L’operazione che mette a punto Baumbach è un racconto di disillusioni e crisi di identità, che strizza l’occhiolino ai grandi canoni legati al metacinema e alle pressioni che il mestiere cinematografico ad alti livelli e la celebrità comporta, dunque sì 8 e 1/2 di Fellini ma non solo. 

Con Clooney/Jay Kelly attraversiamo tutti quegli step che sicuramente lo portano a decidere di arrestare per un momento la sua brillante carriera d’attore mettendo in crisi tutto il suo entourage, Ron Sukenick e anche Liz (Laura Dern), ma è qui il punto forte del film quando Baumbach - che firma la sceneggiatura del film insieme all’attrice inglese Emily Mortimer (lei protagonista tra le altre cose della serie TV HBO The Newsroom, ideata e scritta da Aaron Sorkin) - fa in modo che Jay inizia a rivolgere il suo sguardo indietro, a cosa ha sacrificato per tutto quel lustro e quelle “luci della ribalta”: amici di lunga data, mentori, e addirittura il rapporto con le due figlie. E dunque ripercorriamo continui flashback del passato di Jay, realizzati in maniera molto efficace, che ci fanno stringere il cuore poiché vediamo quest’uomo che poteva essere altro, di sicuro più umano, e non solo quella maschera sullo schermo, che rappresenta tutto il suo presente. In quei momenti sembra di essere nelle pagine dickensiane più riuscite di A Christmas’ Carol o nelle sezioni visive più straordinarie de Il posto delle fragole di Bergman. Ovviamente sono paragoni “alti” per comunicarvi l’intento di quei legami stracciati e dei rimorsi che prova lo “svuotato” Jay Kelly, un uomo senza anima e senza più affetti, il risultato di una vita venduta per lo showbiz. È solo. Un paradosso per un uomo e una star della sua portata, è completamente solo.

Più volte l’agente Ron gli dice: «Noi l’abbiamo creato», riferendosi all’entità “Jay Kelly”, annichilendo il fatto stesso che l’attore sia un uomo in carne ed ossa ma solo una rappresentazione, una silhouette sullo schermo capace di macinare milioni di incassi.

Peccato in alcuni frangenti del film dove è evidente il Netflix look, o Netflix touch, che porta visivamente Jay Kelly ad un appiattimento e ad uniformarsi, soprattutto sulla fotografia e per alcuni caratteri secondari, agli innumerevoli titoli presenti in catalogo e nell’algoritmo, dunque non spiccando per una bellezza profonda, nonostante il film sia molto poetico, emotivamente forte e dotato di un sentimentalismo riuscito, soprattutto nella scrittura e nelle performance attoriali.

Il film, oltre al set losangelino si sposta anche in Europa dove, a parte una sezione in Francia arriva nell’amata Italia di Clooney dove si svolge tutta la parte finale del racconto, presenti anche alcune facce note di casa nostra come Alba Rohrwacher, Giovanni Esposito. Ed è forse non a caso nei posti a noi riconoscibilissimi che Jay Kelly/Clooney ha voluto concludere la sua esplorazione, perché in questo film il confine è labile, insicuro, ed è la sua forza, non sapremo mai quanto ci sia di finzione e quanto di leale realtà, anche rispetto alla vita di Clooney stesso poiché in quel finale tanto emozionante il film è spiazzante e non ci rivela dove e su chi si alza il sipario. E più che essere di fronte allo sguardo perso del Guido Anselmi felliniano di Mastroianni, Jay Kelly vuole mostrarci più e più volte la maschera comica ma soprattutto struggente e tragica del Chaplin più riuscito, quello di Tempi Moderni o di Luci della città, insistendo spesso nel film, anche visivamente, sul processo del truccarsi e sulla costrizione di indossare qualcosa di diverso dalla propria faccia, nonostante Clooney/Kelly cerchi affannandosi di voler uscire da quella gabbia. 

«Ne posso fare un’altra?», cerca ogni volta sommessamente Jay Kelly rivolgendosi alla macchina da presa. Ma nella vita purtroppo e sempre troppo spesso non ci è concesso un altro take e poter riavvolgere il nastro.

Le orchestrazioni “vecchia Hollywood” di Nicholas Britell fanno il resto, e restituiscono una patina nostalgica, da magone ininterrotto per questo film struggente e incapace appunto di riavvolgere una vita.

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