Chi aspetta le scarpe del defunto muore scalzo/ Silvestre – Doppia visione sul cinemaeretico di João César Monteiro
A 23 anni dalla sua dipartita, João César Monteiro resta ancora un autore ostico e ostile verso lo sguardo spettatoriale meno smaliziato e grazie a Fuori orario. Cose (mai) viste è possibile recuperare alcune sue opere capitali, disponibili sulla piattaforma di RaiPlay. Monteiro è stato, indubbiamente, uno dei grandi maestri del cinema portoghese insieme a Manoel de Oliveira e a João Botelho, nonché uno dei massimi autori del panorama cinematografico europeo, cantore di un cinema coltissimo e inafferrabile, comico e straziante, in cui si agitano i virus politici delle nouvelle vagues, specialmente del cinema novo brasiliano a lui culturalmente vicino.
La sua opera risente in maniera preponderante dei residui della dittatura salazarista specie nei suoi lavori giovanili, quando l’Estado Novo di António de Oliveira Salazar era ancora presente ma contrastato dalla cosiddetta Rivoluzione dei garofani rossi.
Tutta la filmografia monteiriana insegue il fantasma del desiderio, fondendo l’eterno femminino con il cinema, mentre l’autore invecchiando si fa egli stesso corpo-cinema in decostruzione, satiro tragicomico che osserva i dolori di un mondo in trasformazione, senza abbandonare mai la giocosa e provocatoria vocazione per il gesto iconoclasta.
Chi aspetta le scarpe del defunto muore scalzo è il secondo lavoro realizzato da Monteiro dopo l’esordio del 1968 e appartiene alla fase più scopertamente politica e sperimentale dell’autore.
Si tratta di un cortometraggio che condensa in mezz’ora la storia di due giovani vagabondi, i quali trovate le scarpe di un morto non sanno che farsene. L’opera oscilla tra l’ironia gelida e il dramma sociale e trattiene i germi rivoluzionari del Bressane di Uccise la famiglia è andò al cinema, ma senza radicalismi estetici, seguendo un ritmo piano e sonnambolico, una cine-trance che si fa specchio e teschio di un preciso momento storico-ideologico, con uno sguardo in macchina finale (di circa 3 minuti) ironicamente perplesso.
Silvestre segna l’ingresso del cinema anarchico ed eretico di Monteiro negli anni Ottanta. Meno dichiaratamente politica rispetto agli esordi, questa nuova fase si fa riflessione sull’arte stessa e sulle sue diverse modalità di racconto, ma anche analisi spietata dei sessi all’interno della società borghese.
Silvestre, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1981, è tra i suoi apici estetico-narrativi, una ballata storico-epica in cui una giovane vergine, dopo diverse traversie, decide di cambiare identità e partire sotto mentite spoglie di soldato.
Scritto insieme alla Maria Velho da Costa e prodotto da Paulo Branco, è una grande allegoria femminile e femminista che oscilla tra sacro e profano, spirituale e terreno con una ricostruzione scenografica stilizzata e dai colori rutilanti (si alternano riprese esterne a riprese in studio), esordio fulminante per l’allora sedicenne Maria de Medeiros, che vent’anni dopo ritroveremo in Honolulu Baby di Nichetti e l’accostamento è meno straniante di come sembra.
Sempre nel 1981 viene presentato a Cannes Francisca di Manoel de Oliveira, che insieme al succitato Silvestre di Monteiro compone una sorta di Giano bifronte, una dicotomica riflessione sulla testualità del cinema (passando per la letteratura e il teatro) e la sua forma e contenuto incarnati nel femminile come strumento di dissezione politica.