XO Kitty 3: tra cliché e occasioni sprecate

Fin dall’alba dei tempi ogni romcom o coming of age tende almeno in minima parte a usare il tropo più fastidioso e frustrante che sia mai stato concepito dalla mente umana: il malinteso, l’incapacità o la mancanza di voglia di comunicare tra due individui. L’esempio chiave di questa tendenza della soap opera per l’era dello streaming è Emily in Paris, dove Emily e il cuoco Gabriel hanno passato 5 stagioni a non esprimere mai i loro sentimenti o a farlo nei momenti più inopportuni, ma anche quegli inciampi non hanno mai rappresentato un vero problema, perché la serie ha deciso a priori che quella sarà la sua anima gemella e nulla può contraddire un destino scritto non solo nelle stelle ma anche in sceneggiatura. 

È caduta in questa trappola anche la terza stagione di XO Kitty, lo spin-off della trilogia prima letteraria e poi filmica di Tutte le volte che ho scritto ti amo (To All The Boys I’ve Loved Before), che dopo essere riuscita finora a tenere un necessario equilibrio nel mostrare tutte le facce e le pazzie della quotidianità di Kitty Song Covey (Anna Cathcart) alla K.I.S.S. - Korean Independent School of Seoul, ora impone la sua preferenza per la storia d’amore della protagonista con Min-ho (Sang Heon Lee) rendendola il motore del cielo e di tutte le stelle, anche quando non ha senso che lo sia.

Non è una storia nata dal nulla, fin dall’inizio sotto la stella di quell’arco relazionale riassumibile come enemies-to-lovers, quella composta da Kitty e Min-ho è sempre stata la coppia più amata dai fan della serie, ma la terza stagione di XO Kitty dimostra di fraintendere tutte le ragioni di quell’amore. Lui è stato spogliato di ogni traccia di personalità, un canovaccio piallato dal quale costruire le scene romantiche più stereotipate (vedi ad esempio: lei che guarda il panorama esclamando la sua meraviglia e lui che guarda lei è dice “sì, è bellissimo”) e sperare che questo basti a convincere il pubblico. 

Se questo ultimo anno alla KISS dovrebbe essere l’opportunità per Kitty di trovare se stessa e uscire dal suo guscio (un proposito che sembra alla base di ogni stagione), qui sembra che la serie le chieda di esistere in funzione di Min-ho, accettando le sue numerose bugie. Persino l’esplorazione della sessualità di Kitty, tanto centrale nella prima stagione, è ora definita da lei stessa “non il suo momento migliore”: nella quarta stagione di Bridgerton la bisessualità di Benedict non è stata ignorata anche quando questi è finito in una relazione eterosessuale, ma in XO Kitty il tentativo di conformare Kitty, ignorando completamente un aspetto apprezzato e in un certo senso innovativo della serie rispetto a tante altre narrazioni coming of age, è evidente. I personaggi queer - e qui non si parla di una minoranza quanto di metà del cast principali - sono gettati in disparte o gettati in pasto a storyline che girano solo attorno al tradimento, persino nel caso del migliore amico di Kitty Q, il cui interprete Anthony Keyvan si è lamentato pubblicamente delle discutibili scelte narrative a cui è stato sottoposto nei commenti su TikTok.

Se ormai la questione romantica appare fondamentalmente risolta, l’unica speranza di resurrezione per XO Kitty nella quarta stagione - il rinnovo non è ancora arrivato, ma con un semestre ancora da coprire dell’ultimo anno di scuola è solo questione di tempo - è che la serie ritrovi il tempo e lo spazio per lasciare che Kitty sia Kitty, scollegata dal rapporto con Min-ho e libera di interagire con gli altri personaggi e capire cosa vuole, al di là delle grandi gesta altrui. Anche il parterre di personaggi che la circondano meriterebbero una maggiore attenzione, volta a farli uscire dagli stereotipi narrativi in cui questa stagione li ha fatti ricadere e a curare le loro storie, senza farle apparire come costruire a tavolino per giugnere a un obiettivo. Se come dicevamo in precedenza sia Emily in Paris che XO Kitty rientrano in quella che potrebbe essere definibile come la soap opera dell’era dell’internet, pur nella leggerezza che portano con sé, sono sempre più necessarie delle fondamenta narrative sicure, senza il bisogno di tornare indeitro e riscrivere i passi fatti (specialmente quando portavano una necessaria novità), e soprattutto un maggiore rispetto verso l’agency della propria protagonista femminile.

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