She'll be alright
No riding, shining, armoured knight
She will save herself this time
Raye, Click Clack Symphony
Nel potente e immaginifico videoclip che accompagnava nel marzo scorso l’uscita del singolo Click Clack Symphony, il terzo e ultimo prima della pubblicazione dell’album This Music May Contain Hope, una Raye a disagio nel sordo ambiente di casa, chiusa nel grembo oscuro di un salotto semidisabitato, sembra soccombere sotto la pressione esercitata da una pila di cuscini, avanzati dalle radici del pavimento imitando la lentezza risoluta dei tramonti. Poi, come una rivelazione improvvisa, un’eco lontana scuote l’aria, fino a quel momento immobile. Con muta eloquenza sei ombre senza nulla da temere cominciano a delinearsi lungo le tinte anodine delle pareti domestiche. Sei amiche la stanno chiamando. Non esce di casa da troppo tempo. Perché non ci risponde? –, si saranno dapprima chieste. Vestiamoci e andiamo a prenderla! –, avranno infine detto all’unisono. Pertanto, senza perdersi d’animo, malgrado il grigiore di una strada altrettanto desaturata, stanca e opaca come cenere, camminano senza sosta, alla ricerca del giusto sentiero che porti alla meta. È un venerdì sera quando i tacchi delle sei donne danno nuovo slancio al significato del termine solidarietà, ravvivandolo secondo il ritmo dettato dalla necessità inflessibile di manifestare vicinanza ed empatia all’amica perduta. Amica che, qualunque cosa sia accaduta, non sarà lasciata a macerarsi in isolamento. Click Clack, Click Clack, Click Clack.
Infine, oltrepassate siepi dalla fisionomia familiare fin lì alla sola Alice di Lewis Carroll, vertiginose scale a chiocciola apparentemente senza fine e finestre così alte da minacciare il dolce sorriso marmoreo degli angeli, spiandone gli esili movimenti attraverso la serratura, la rivedono, allarmandosi tutte in un battito di ciglia. Raye, a prima vista addormentata come una principessa che abbia ricevuto una maledizione, sembra aver sviluppato l’abitudine di raggomitolarsi nelle fibre di un tappeto anziché in un lenzuolo, ammalandosi di tristezza durante il suo esilio. Tuttavia, per quanto imprigionata in un mondo polveroso cui è negato la possibilità di assaporare nuovi incanti, le amiche accorse non si lasciano irretire. Non nutrono ripensamenti. Infatti, non occorrerà ulteriore tempo prima che venga riscattata dalle infocate voragini della sua depressione e costretta definitivamente a sollevarsi, lavarsi e cambiarsi dalla testa ai piedi. Aiutandola e, infine, aiutandosi a vicenda a compiere la missione più importante: abbandonare quella stessa fortezza nascosta. Ora, non si può sapere se l’abbia letto o meno, ma il vestito rosso scintillante a quel punto indossato da Raye con fierezza avrebbe fatto invidia a un intero villaggio. Sulla scia di quanto capitato a suo tempo a una figura indimenticabile, sotto il profilo letterario: Klara Fina Gulleborg, coprotagonista insieme al padre Jan del romanzo L’Imperatore di Portugallia della scrittrice Premio Nobel Selma Lagerlöf.
Al contrario, diversi decenni prima che Raye acquisisse notorietà internazionale grazie a canzoni quali Worth It. e Where’s My Husband!, delle quali ha curato inoltre l’aspetto produttivo nel nome di un’indipendenza altrimenti inconcepibile in presenza delle major discografiche, a una ragazza di nome Martha, ritrovatasi in un appartamento semidisabitato e fatiscente, successe una cosa diversa. Alimentata da un marziale Clack! di gran lunga meno gradevole del Click Clack sopra descritto.
Nell’autunno 1962, la regista Martha Coolidge, all’epoca studentessa sedicenne desiderosa di conoscere il mondo, insieme a un’amica accettò l’invito a partecipare a una festa in programma a New York. Non esattamente una festa mondana e sfarzosa simile ad altre raccontate dalla diciannovenne Esther Greenwood, alter ego di Sylvia Plath nel semiautobiografico La campana di vetro (1963), eppure sperimentata avvertendo la medesima sensazione di estraneità e alienazione che rese celebre l’unico romanzo della poetessa. In detta occasione, Martha incontrò un ragazzo di ventun anni. Sulle prime educato, quest’ultimo sembrò lodarne le doti canore, affermando di averla vista esibirsi sulle note di The First Time Ever I Saw Your Face – in origine la canzone folk che Ewan MacColl dedicò alla sua futura terza moglie, in seguito l’hit riportata in auge da Roberta Flack, fruttandole due Grammy Awards all’inizio degli anni Settanta. La serata proseguì. Ciononostante, Martha avrebbe constatato con crescente e malcelata irritazione la reale natura dell’uomo. Tanto gentile e tanto onesto pareva, ma con gli amici, che non si opponevano alla sua odiosa prepotenza, si rivelò in tutt’altra veste. Era un maschio insicuro, perciò più pericoloso di altri, poiché ancora inconsapevole di essere in realtà un uomo violento. Adesso, torniamo al Clack! menzionato in precedenza.
Nonostante la sua brevissima durata, in un passaggio cruciale di Not a Pretty Picture (1975), documentario con cui Coolidge esordì alla regia nello stesso anno in cui Chantal Akerman presentò a Cannes, supportata dall’attrice e attivista Delphine Seyrig e da una troupe totalmente femminile Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles – pilastro del cinema femminista, nonché il miglior film della storia secondo la rivista Sight & Sound –, Martha pesta e pesta con maggiore insistenza il piede destro. Il motivo? A un metro da lei, Curly, interpretato da Jim Carrington, futuro sceneggiatore di Fortapàsc di Marco Risi (2009), sta prendendo di mira un amico, un “intruso” nel gruppo, talmente goffo e timido a differenza degli altri. Stanca, dunque, di essere l’oggetto delle attenzioni di un bullo, Martha tra sé e sé comincia a tracciare un nuovo obiettivo, anziché divertirsi acriticamente: andarsene. Un istante dopo, Martha si rende conto con un certo e comprensibile sconforto di dover compiere un’impresa difficile e coraggiosa. Ovvero, andarsene con le sue sole forze, non potendo fregiarsi dell’appoggio dell’amica Jane, appartatasi nel frattempo con un altro ragazzo della compagnia.
A destabilizzare le coscienze ci pensò in prima battuta il saggio Contro la nostra volontà: Uomini, donne e violenza sessuale di Susan Brownmiller (1975), nel quale l’autrice forgiò il termine date rape, segnando così un primo punto di svolta rivoluzionario nell’analisi dello stupro. Un evento non più ritenuto il risultato di un estemporaneo raptus, bensì lo strumento finallora tollerato da leggi e società coscientemente utilizzato dagli uomini per preservare un potere patriarcale, colpevolizzandone le vittime e mantenendo in tal modo le donne in uno stato di paura e sottomissione. Poi, fu il turno di Not a Pretty Picture, docudrama disponibile ora su Mubi per decenni creduto irreperibile, grazie al quale Coolidge ricostruì lo stupro subito in adolescenza con la pazienza e l’ostinazione delle grandi autrici, che sanno aspettare, sanno raccogliere, sanno combattere contro gli imprevisti per ogni singolo frammento. Entrambe le opere in oggetto hanno fatto la storia, offrendo una prospettiva radicale che aprì la strada a una piena consapevolezza sia pubblica sia legislativa sulla violenza di genere. Le premesse di tale dibattito potrebbero risalire a La preda della belva di Ida Lupino (1950), che propose al pubblico hollywoodiano immerso nella cultura dello stupro il denso e stratificato ritratto d’una vittima introducendo una chiave di lettura allora inedita. Ovvero, separando chiaramente l’esistenza “precedente” lo stupro dall’esistenza “successiva” – in tal senso, assume un preciso valore simbolico il rifiuto della segretaria Ann Walton rivolto al suo promesso sposo. Tuttavia, il cinema è un’arte in grado di spingere sempre oltre i limiti della nostra immaginazione. E nel caso di specie, siamo ben oltre.
Distinguendosi per la verosimiglianza di stampo documentaristico dell’ambiente sociale, dal ricorso ad attori non professionisti – si citano Michelle Manenti, survivor chiamata a interpretare Coolidge, e Janet Morrison, nei panni dell’unica compagna di classe che non esitò a sostenere Coolidge, sola di fronte all’indifferenza delle istituzioni scolastiche e alle cattiverie delle coetanee –, dall’impegno a rappresentare la realtà senza abbellimenti, Coolidge espone la sua verità. Una verità sviscerata in tutta la sua temuta profondità, inanellando una serie di domande sul consenso e sull’etica della rappresentazione di un evento simile sullo schermo. Lasciando che la camera la inquadri mentre si concentra a coordinare i movimenti degli attori, facendoli sentire, per quanto possibile, in uno spazio “sicuro”; inducendoli a esprimersi senz’esitare sul fenomeno del victim blaming, costringendoli a rivalutare di quando in quando esperienze personali e conoscenze passate. Sorprendente appare così un episodio in cui Carrington, calatosi nel personaggio un po’ troppo, rinsavisce, ammettendo di essersi lasciato trascinare. Il risultato è uno dei più audaci esperimenti filmici mai realizzati. Not a Pretty Picture è una resa dei conti. Chiunque vi si avvicini non potrà voltarsi dall’altra parte. Non è semplice guardarlo. Non è semplice descriverlo né metabolizzarlo. È un film certamente scomodo. Eppure, rimane una pellicola imprescindibile. Purtroppo, ancora poco conosciuta. Soprattutto, nel nostro scalcagnato paese.
Caldamente consigliato a chi abbia a inizio anno ammirato un altro fulminante esordio, ovvero Sorry, Baby di Eva Victor. A chi abbia, invece, voglia di approfondire la filmografia di Martha Coolidge si anticipa che successivamente diresse Diane Ladd e Laura Dern in Rosa Scompiglio e i suoi amanti (1991), permettendo a madre e figlia di condividere una candidatura al Premio Oscar per lo stesso film – impresa riuscita prima soltanto a Henry e Jane Fonda, protagonisti di Sul lago dorato di Mark Rydell (1981).