People have the power

 

Sono diversi anni ormai che tra critici e studiosi ci si sta interrogando sul ruolo attivo che le nuove fruizioni di audiovisivo potrebbero avere sulla produzione stessa. Non è di certo un argomento di pura attualità, eppure probabilmente mai come oggi la questione sta diventando di grande concretezza. Prendiamo l’esempio di Netflix (anche se chiaramente la materia di studio potrebbe tranquillamente essere allargata ad altre piattaforme competitor): qualche anno fa la grande N rossa ha iniziato a proporre una libreria di contenuti sterminata e perennemente a portata di click. L’utente può comodamente e tranquillamente intervenire sul prodotto saltando da un film all’altro, iniziando un episodio e interrompendolo a piacimento, cambiare la lingua del doppiaggio, fermare la proiezione e “riavvolgere il nastro” per una revisione, e via dicendo. Non si tratta più di un’imposizione, di una programmazione: lo spettatore diventa il responsabile del proprio palinsesto, o meglio, del proprio zapping. Oggi siamo ampiamente abituati a un simile concetto, eppure sarebbe sbagliato sottovalutarne la portata che ebbe all’epoca.

Il passaggio successivo nacque in maniera naturale. Con la produzione di Black Mirror: Bandersnatch (2018) ecco che le serie tv iniziano a diventare interattive. Gli esempi, come detto, sono molteplici, ma quel prodotto venne particolarmente coccolato dalla comunicazione del player in questione e ci sentiamo quindi di prenderlo a modello come apripista. Il pubblico aveva tra le mani il potere di cambiare la storia del film, poteva scegliere quali azioni far intraprendere ai personaggi e, di conseguenza, poteva sviluppare molteplici finali a seconda delle decisioni prese al posto dei protagonisti. Non solo, quindi, Netflix ha iniziato a prevedere una platea in grado di poter programmare la propria serata dal divano, ma ha dato al pubblico anche la facoltà di poter decidere le sorti della storia raccontata.

Non finisce qui. La rivoluzione continua nel momento in cui agli utenti viene data la facoltà di poter cambiare la velocità di riproduzione dei singoli contenuti. Siamo qui a un passaggio molto simile al primo, quindi da non sottovalutare. Se grazie al potere di vedere tutto e subito, le storie avrebbero sicuramente mutato il loro impatto tematico e narrativo (pensate di visioare in un’unica sessione tutte le stagioni di Breaking Bad (2008-2013) oppure di diluirle un episodio a settimana per circa cinque anni, la sostanza cambierebbe completamente: nel primo caso avremmo l’idea di un protagonista cinico e spietato, nel secondo di un uomo che lentamente, lungo molti anni, poco alla volta cambia la sua mentalità e il suo carattere), cosa potrebbe succedere a questi racconti se fruiti a velocità doppia? Quali effetti avrebbero sulla nostra percezione? Probabilmente è ancora un po’ presto per poter arrivare a una conclusione certa, tuttavia resta innegabile che anche questo fattore sarà sicuramente un deterrente a cui il team di sceneggiatura non potrà fare a meno di tenere in considerazione.

In ultimo (per ordine cronologico) eccoci arrivati all’esperimento più recente. La serie Caleidoscopio (2023) ha trovato ampio successo grazie alla provocazione di non numerare gli episodi ma lasciare che fosse lo spettatore a decidere in quale ordine guardarli. Ci risiamo. Una nuova possibilità di intervento per quello che sta diventa un pubblico sempre più interattivo. L’esperimento è molto affascinante, la riuscita qualitativa della sfida invece, ahinoi, decisamente meno. Al di là del nostro gradimento soggettivo però, potremmo trovarci ancora di fronte a un prodotto spartiacque. Sovvertendo l’ordine delle informazioni che una serie televisiva comunica al pubblico, avremo davanti ai nostri occhi un prodotto diverso a ogni visione: chi viene a scoprire di un segreto, chi di una relazione, chi sa già come finisce la storia e chi invece incappa in un “non voluto” colpo di scena, chi si perde nel labirinto narrativo e chi preferisce seguire l’andamento cronologico. Caleidoscopio è l’incarnazione perfetta della teoria di chi predica che un film appartiene al pubblico e che non esiste un unico prodotto, ma che un’opera vive in molteplici copie quante sono le persone che la guardano. Così facendo però, dove si annida la base di partenza? Uno, nessuno, centomila.

Se è vero che l’algoritmo profila alla perfezione i nostri gusti e ci offre contenuti pensati appositamente per noi, è anche vero che su questi prodotti ormai abbiamo noi il totale controllo. L’esperienza audiovisiva sta diventando sempre più tailor made. Non si tratta più del confronto con un oggetto misterioso, un ufo da contemplare e su cui interrogare il nostro sguardo. Oggi siamo noi ad avere il pieno potere delle immagini. Se una volta invece erano i registi a costruirlo, l’immaginario, nel contemporaneo il coltello dalla parte del manico è nella mano di chi guarda. Se quindi ci lamentiamo di non trovare qualcosa che sia di nostro interesse, che soddisfi il nostro gusto, che appaghi il nostro intrattenimento, forse dovremmo iniziare a domandare a noi stessi il perché, a interrogarci sul senso delle nostre scelte e su come stiamo gestendo, cambiando, valorizzando le immagini con cui entriamo in contatto.

Simone Soranna

Simone Soranna, classe 1991, laureato in Lettere moderne. È caporedattore del portale LongTake.it, scrive per la rivista Cineforum, lavora come corrispondente dai maggiori festival internazionali (Cannes, Venezia, Berlino) per Fred Film Radio e ha collaborato come anchorman per SkyCinema.

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