Playing God: il corto d’animazione italiano che punta agli Oscar 2026

Playing God è la boccata d’ossigeno di cui da tempo si sentiva bisogno. Il cortometraggio di 9 minuti, disponibile gratuitamente e per un periodo limitato su YouTube (qui il link), è in shortlist per le nomination agli Oscar 2026 ed è già entrato nella storia.

Mai nessun cortometraggio d’animazione italiano era riuscito ad arrivare così lontano e ad ottenere così tanti riconoscimenti e selezioni internazionali, tra cui il Tribeca Film Festival, il Festival di Annecy e l’Animayo Film Festival. D’altronde, le condizioni in cui navigano i prodotti d’animazione nostrani sono stagnanti da tempo: non si sono mai davvero fatte riflessioni adeguate circa un reale sviluppo e investimento nel settore e la maggior parte dei prodotti realizzati, di genere perlopiù educativo-favolistico, sono di stampo seriale e destinati a un pubblico infantile fortemente targettizzato. La situazione del cinema d’animazione in Italia meriterebbe un discorso a parte, ma vale la pena sottolineare che qualcosa si sta muovendo e Playing God è l’esempio tangibile che qualità e imprenditoria intelligente possono portare a risultati eccezionali.

“We slowly move big things” è il motto del Croma Studio di Bologna, fondato da Matteo Burani (regista) e Arianna Gheller (animatrice e produttrice), specializzato nella produzione di opere cinematografiche e contenuti audio-video per la pubblicità e il web mediante l’uso della stop-motion. Dallo studio indipendente bolognese, in co-produzione con Autour de Minuit (già premiata agli Oscar per il corto Logorama nel 2010), ha preso vita, dopo sette anni di lavorazione, Playing God. Il prendere vita e il sopravvivere ad essa sono il filo conduttore che lega lo svolgersi del cortometraggio in cui un artigiano/dio crea delle figure di terracotta che devono oltrepassare la perfezione. Tutti i corpi risultati indegni per un qualsiasi visibile o minuscolo difetto vengono accantonati e costretti a un’esistenza di immobilità. Le potenziali nuove creature modellate (presumibilmente) a immagine e somiglianza della figura deifica generano astio e violenza da parte dei dimenticati (chi senza un arto, chi con la mascella slogata, chi con i bulbi oculari cadenti) che nulla chiedono se non il riconoscimento della propria dignità. Quando l’ennesimo corpo viene scartato, ecco generarsi una scintilla di ribellione, mossa dall’estremo bisogno di una vita riconosciuta.

Burani e Gheller hanno saputo coniugare, come detto all’inizio, lavoro di puro artigianato (associato a un uso sapiente di stop motion e claymation) a un lucido e mirato percorso produttivo e distributivo (è arrivato anche gli occhi e le orecchie di Guillermo Del Toro): un’operazione non facile e per nulla scontata, dettata oltretutto da solidissime conoscenze di storia dell’arte e di storia del cinema (o di un certo cinema body horror). I riferimenti e le influenze artistico-culturali sono tutte da cogliere in ogni piccolo movimento, con l’ulteriore accortezza di prestare attenzione al sonoro e al suo montaggio. Pare non ci siano difetti in Playing God che dell’imperfezione ne ha fatto un inno.

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