Uno sbirro in appennino – Il giallorosa emiliano come sguardo sulla provincia

Il sempre più affollato (e viziato) panorama delle fiction Rai a tema poliziesco, viene rinnovato da una serie che pur mettendo in scena moduli collaudati dal genere, riesce a mantenere una certa originalità nel mescolare i diversi ingredienti che la compongono. La tradizione seriale del giallorosa all’italiana che va da Don Tonino a L’ispettore Coliandro, si arricchisce di un nuovo carismatico personaggio interpretato da Claudio Bisio, il quale modella le sue performances comiche da Zelig su un contesto paesaggistico e culturale incline a una certa dimensione rétro di provincia.

Uno sbirro in appennino nasce da una costola della precedente serie Vivere non è un gioco da ragazzi, in cui Bisio rivestiva già il ruolo di commissario ma non come protagonista assoluto.

Resta l’ambientazione dell’appennino bolognese ma cambia il nome del personaggio (da Saguatti a Benassi) e ne esce un prodotto libero e indipendente di giocare con i generi e i registri narrativi, in cui Bisio, vent’anni dopo la sua prima esperienza in un crime (La cura del gorilla uscito su grande schermo nel 2006), da vita a un commissario dalla battuta pronta e tombeur de femmes per vocazione.

Otto episodi collegati due a due per formare una storia (disponibili su RaiPlay), in cui si passa con disinvoltura dalla commedia pura, fatta di caratteri fissi e cliché, al rovello poliziesco, fino al dramma familiare che collega principalmente il tormentato passato dello sbirro al complicato presente della sua giovane assistente (Chiara Celotto perfetta come controparte femminile e figlia putativa del protagonista).

Uno sbirro in appennino oltre a funzionare egregiamente come veicolo umoristico per Bisio, supportato da comprimari scrupolosamente selezionati (insieme alla già citata Celotto va menzionata la sindaca di Valentina Lodovini, ex fiamma del commissario), costituisce uno sguardo affettuoso sulla provincia emiliana, in cui spira un’indolente e dolce aria di paese sospesa tra Bar sport e Gli amici del bar Margherita.

Nel microcosmo di Muntagò trova spazio il concetto di memoria caro a Pupi Avati, sguardo su un passato sedimentato nella memoria collettiva e assurto a mito comunitario, dietro al quale si nascondono talvolta macabri misteri (l’episodio Il killer dei ladri rievoca la tradizione del thriller all’italiana).

Ma la confezione e il tono dell’operazione restano intrinsecamente legati alla figura scanzonata (ma al contempo sagace) del poliziotto di Bisio, che Renato De Maria (su soggetto di Fabio Bonifacci) dirige con mano sicura, stemperando la malinconia nell’ironia ruspante della cornice emiliana. 

Avanti
Avanti

Something Very Bad Is Going to Happen: maledizioni, folklore e terrore psicologico