Train Dreams, meditazioni filosofiche in 4:3

Secondo lungometraggio del regista statunitense Clint Bentley (qui anche co-sceneggiatore con Greg Kwedar), Train Dreams è stato salutato sin dalla sua presentazione al Sundance Film Festival lo scorso gennaio come uno dei titoli dell’anno, se non come “un capolavoro”.  Dopo esser stato celebrato a diversi festival internazionali e, più recentemente, dopo essere stato nominato a ben due Golden Globes - per il Miglior Attore Protagonista in un film drammatico (Joel Edgerton) e per la Miglior Canzone (Nick Cave) -, il film arriva finalmente su Netflix: sarà davvero all’altezza degli onori che ha ricevuto finora?

Tratto dall’omonimo romanzo di Denis Johnson, Train Dreams segue gli ottant’anni di vita di Robert Grainier (Edgerton), boscaiolo e taglialegna dalla vita modesta e ritirata, vissuta in parte con l’amata moglie Gladys (Felicity Jones) e la figlioletta Katie prima che una tragedia si abbatta su questo nucleo familiare felice. Muovendosi tra colleghi di lavoro nomadi (spicca su tutti il memorabile Arn Peeples interpretato da William H. Macy), la costante sensazione di vuoto e di perdita, e l’incontro con la guardia forestale Claire Thompson (Kerry Condon) che potrebbe cambiare tutto, la vita di Grainier traccia una parabola esistenziale sul senso del ricordo, della comunità, forse anche della vita stessa. 

Bentley affronta il materiale filosofico e meditativo con un afflato poetico particolarmente visibile nella costruzione delle inquadrature e della fotografia (curata da Adolpho Veloso): il regista e il DOP costruiscono con grande perizia tecnica un apparato visivo e fotografico maestoso, giocato interamente sull’inquadratura in 4:3 e sul ricorso alla luce naturale che è in grado di dare grande respiro e ariosità alle scene, stabilendo un rapporto di necessaria codipendenza tra i personaggi protagonisti e la natura in cui sono immersi. 

Proprio sul rapporto uomo-natura – sulla dimensione distruttrice e arcigna della natura, in grado tanto di dare quanto di togliere alla vita dell’uomo – si poggia la meditazione filosofica imbastita da Train Dreams: la parabola tracciata dalla vita di Robert Grainier apre questioni filosofiche rispetto al valore della vita umana nel mondo e nella natura, sul potere terapeutico e distruttivo del ricordo, sulla sensazione del sublime (nel senso romantico) vissuta dall’uomo nella natura, oltre che sul senso ultimo della vita umana in un mondo che gli appare ostile. L’esistenza di Grainier – bellissima e terribile insieme – fatta di una quieta semplicità si apre dunque, nel film di Bentley, all’universalità delle riflessioni sull’esperienza umana, sul suo valore e sul suo senso.

Mutuando in maniera evidente l’estetica e i temi dal primo cinema di Terrence Malick, Train Dreams tenta di costruire un’opera poetica e filosofica, carica di potenza emozionale ed intellettuale allo stesso tempo. E se riesce nella costruzione intellettuale, Bentley fallisce nel trasformare la sua opera in un’esperienza emotiva piena e significativa: il ricorso ad uno stile fin troppo rigoroso e serioso, ma soprattutto ad una voce narrante che attraversa l’intera pellicola condensando nel suo intervento l’intero arco narrativo ed emotivo del protagonista, generano nello spettatore un forte senso di distacco  emotivo dall’esperienza raccontata dalla pellicola che porta ad un’esperienza di visione passiva e poco coinvolgente.

Ambizioso nei temi e nello stile, Train Dreams rimane un’esperienza più visiva e concettuale che non emotiva, un’opera riuscita solo a metà – dato il portato delle riflessioni e la necessità di creare un legame con lo spettatore che l’opera cerca di instaurare. Il tentativo di riassumere l’esperienza di una vita intera – delle sue gioie e dei suoi dolori, del suo senso e del suo significato – finisce per tradursi, purtroppo, in un esperimento concettuale privo di un qualsiasi coinvolgimento emotivo, lontano dal capolavoro declamato dai festivalgoers

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