Due Spicci: tra precarietà, amicizia e disillusione generazionale
Il 27 maggio su Netflix è uscita Due spicci, la nuova serie animata scritta, scritta, diretta e disegnata da Michele Rech aka Zerocalcare e frutto di un importante lavoro con esperti di animazione e coloristi. Rimane anche la storica collaborazione con Valerio Mastandrea in veste di doppiatore di Armadillo (la caustica coscienza di Ze) e la new entry del cantautore romano Coez che con l’inedito Ci vuole una laurea firma la sigla. Dopo aver fatto l’odiato e “megalomane” evento di promozione al Circo Massimo, Calcare non fa altro che chiarire con onestà intellettuale e schiettezza che il lavoro non è solo suo e che, per quanto non sappia autoincensarsi, la qualità di quello che hanno realizzato è nettamente superiore anche grazie ai collaboratori. In effetti è innegabile che ci sia stato un salto di qualità dal punto di vista tecnico, ma i punti di forza del fumettista rimangono sempre gli stessi e si possono banalmente riassumere nel linguaggio. Rebibbia rimane la protagonista indiscussa e pare sia lei a parlarci, le sue scritte sui muri, la gente, i posti riconoscibili anche a chi non li ha mai visti. La voce narrante, ironica, cinica, estremamente sincera, senza fronzoli né toni che siano anche solo un minimo moralizzanti o sentimentali riesce a farci entrare nel vivo delle mille storie degli animali antropomorfi umani in tutto e per tutto e pure ad emozionare.
La vicenda riprende alcune tematiche già presenti in Strappare lungo i bordi (la prima serie), ma a mio parere supera le aspettative facendo da collante fra vicende personali e riflessioni intime ed un mix di vicende tanto delicate quanto brutalmente realistiche, non sminuite ma narrate come se fossimo a uno spettacolo di stand-up (immagino Calcare vomitare e rabbrividire nel leggere questo paragone). Ciascun personaggio, specchio di un tema e con una voce ben definita affronta problematiche personali raccontate attraverso gli occhi di Zero col suo tono camaleontico poi sarcastico e profondamente serio, senza mai cadere nel banale, nel didascalico e mai e poi mai nel “e vissero felici e contenti”. E poi c’è quello che unisce tutto: il racconto generazionale dei Millennials incasinati e disillusi che parla a una generazione cresciuta aspettandosi il meglio e ritrovandosi con due spicci, se gli è andata bene. E questa brutalità delicata, sembra che parli a tutti noi, diventando vicenda intergenerazionale perché a parlare c’è qualcuno che potrebbe essere un nostro amico, o forse quel vicino di casa che si fa sempre i cazzi suoi, ma che un giorno decide di invitarti al bar e raccontarti i suoi impicci.
Menzione onorevole alla colonna sonora, omaggio ai nati negli anni 80’ e adolescenti nei 2000, ma che parla tramite quello che trasmette, non tramite il periodo di riferimento seguendo la logica e il filo conduttore della storia.